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martedì 20 giugno 2023

Il minimo sindacale

 




Quando iniziai a scrivere qui mi ripromisi che avrei scritto soltanto se avessi avuto qualcosa di intelligente da dire e non per generare traffico a caso, quindi se per quasi due anni non ho scritto è stato perché non avevo nulla da dire.

Cosa mi ha svegliato dal letargo, allora?

Nel periodo dove non ho scritto ho, però, sperimentato tanto e osservato ancor di più. 

Ho avuto la fortuna di partecipare a raduni di improvvisazione, a festival internazionali, di assistere a saggi di allievi miei e di insegnanti che conosco a malapena, insomma: ho fatto il mio e ho guardato tanto.

E in questo mio guardare ho trovato due cose che ritengo abbastanza intelligenti da sottolineare e riportare qui. Ce ne sono anche altre, ma preferisco prendermi il tempo di verificarle.

Partiamo dalla prima, la più facile.

Come stabilisco se un docente di improvvisazione ha raggiunto almeno il minimo sindacale nel suo lavoro?

Rispondere a questa domanda è sempre stato un mio cruccio.

Quello dell'improvvisazione è un regno dove chiunque può insegnare e, ahimè, in troppi lo fanno. Non c'è un Albo Professionale o un Esame Di Stato da superare, quindi chiunque abbia partecipato ad un workshop di un fine settimana può insegnare e autoproclamarsi Insegnante d'Improvvisazione.

Però ci sono anche i docenti capaci, quelli che invece hanno riflettuto a lungo su ciò che insegnano, che sono riconosciuti a ragione come bravi insegnanti, non solo perché hanno un sorriso smagliante e hanno saputo inserirsi in un circuito dove gli insegnanti si chiamano a vicenda a tenere dei workshop nelle rispettive scuole (Marcellus Vega in Pulp Fiction usa al riguardo una colorita espressione che qui è meglio non ripetere).



Maggio-Giugno è il periodo dove tutte le scuole di improvvisazione di ogni ordine e grado mettono in scena i saggi di fine corso e, in più, ci sono un sacco di raduni di improvvisazioni molti di questi saggi vengono filmati e distribuiti sul web. Quindi, come distinguere a colpo d'occhio, se il docente di quelli che sono in scena è capace oppure è un cane?

Io, al netto delle varie opinioni su cosa debba essere l'Improvvisazione, col tempo ho imparato ad osservare attentamente attrici e attori fuori scena. Quello, il "fuori scena", è il momento che accomuna tutti: bravi, cani, belli, brutti, alti, bassi, donne, uomini, nord, sud, Adriatico, Tirreno, Ionio, tutti. Una volta entrati in scena emergeranno le diverse visioni, ma prima di entrare in scena siamo tutti uguali. 

Forse.

Penso che guardare come si sta fuori scena permetta una diagnostica precisa su cosa l'insegnante ha veramente trasmesso al gruppo: si può fingere di essere altro da se stessi per un po', ma nell'arco di uno spettacolo è il "non verbale" a mostrare ciò che noi siamo; ciò che veramente proviamo e a rivelare come l'insegnante abbia formato i propri allievi.


Ci sono "Gli Ansiosi", allievi e allieve che fuori scena hanno il fisico  contratto, sono tesi, tirati nei sorrisi. Sono essenzialmente preoccupati della loro performance, del non fare brutta figura, del non mandare "in vacca" lo spettacolo, del non guastare la scena dei compagni. 

Appartengono alla categoria delle allieve ed allievi affidati ad "insegnanti cani", i quali durante le lezioni sono troppo occupati a seguire la propria tabella di marcia per accorgersi dell'ansia che divora i propri allievi. Però sono gli stessi che insegnano le cose fighe, no? 

Tranquilli: se voi siete così divorati dall'ansia, probabilmente la colpa è vostra e "l'improvvisazione non fa per voi". Ho incontrato giusto una decina di giorni fa un paio di (ex)allieve di alcuni miei colleghi che avevano lasciato l'improvvisazione per questo motivo e nei loro confronti fu usata proprio quella formula. A voi lascio immaginare il disagio lasciato da cotanta supponenza da parte dei loro insegnanti.

All'estremo opposto ci sono "I Fighi", allievi con l'aria di chi la sa lunga, quelli che pensano di averne viste così tante che non li sorprende più nulla. Quelli che entreranno in scena solo se possono fare bella figura in compagnia dei loro amici, altrimenti non si macchiano il curriculum. Sono quelli troppo rilassati, quelli che a lezione non sono mai stati spinti fuori dalla propria zona di comfort, quelli troppo simili al loro insegnante perché questi non si accorga che non sono bravi improvvisatori, ma, in fin dei conti, solo dei gran paraculi. Probabilmente proprio come il loro docente.

Poi c'è l'allievo che ha una postura corretta: non è contratto, ma non è neppure molle, è semplicemente pronto. Segue la scena e si vede che potrebbe entrare da un momento all'altro, ma solo se dovesse essercene davvero la necessità. Insomma: è "Il Focalizzato", quello con l'approccio giusto per improvvisare.

Ma prima di queste categorie ce n'è una molto più macroscopica. Quella che fa capire subito se l'insegnante ha lavorato bene oppure no: sono gli allievi che appartengono alla categoria di "Quelli che Parlano tra Loro".

Spesso, guardando attrici e attori fuori scena, mi capita di vederli parlare tra loro per accordarsi su cosa faranno in scena. Questo mi fa capire subito che il loro insegnante ha mancato la cosa più importante durante l'anno/corso/modulo/laboratorio e cioè quello di creare un ambiente sicuro. 

Accordarsi su cosa fare in scena è uno scarico d'ansia, è vivere ciò che si sta facendo come una performance (e sì, lo è, ma leggete qui per sapere come la penso su Processo E Performance), è non avere lavorato abbastanza attentamente per rimuovere la paura del Giudizio. Detta in maniera semplice: è non avere raggiunto l'obbiettivo minimo per potersi definire Insegnante di Improvvisazione (e no, non si deve dare la colpa all'allievo per questa mancanza poiché è l'insegnante ad essere incaricato di quel compito ed è per questo che viene retribuito).

Quindi a me basta guardare cosa succede tra gli attori e le attrici fuori scena per vedere se i loro insegnanti sono stati capaci oppure no. Poi, per carità, saranno ottimi docenti di Recitazione o di Dizione o di Mimo o quant'altro, ma NON di Improvvisazione: se la raccontano e ce la raccontano. Magari se avessi bisogno di qualcuno che insegni - che so - Drammaturgia o Scherma Teatrale li chiamerei, ma sicuramente non per insegnare Improvvisazione Teatrale, perché hanno dimostrato di non aver proprio compreso le basi dell'improvvisazione oppure di non aver dato la dovuta importanza a ciò che è essenziale per improvvisare.

PS: se mi irrita vedere allieve e allievi parlare tra loro durante un saggio, immaginate quanto possa essere irritante per me vederlo fare da attori e attrici professionisti! In questo caso, ciò che mi viene da pensare è che - anche se magari improvvisano insieme da decenni - non abbiano ancora imparato a fidarsi pienamente l'uno dell'altro. O magari non si fidano di loro stessi. O, ancora, si sono dati aspettative troppo alte. Fatto sta che quando vedo professionisti che si mettono d'accordo tra loro su cosa fare in scena, provo un senso di disagio. Forse perché dietro tutti quei sorrisi, quelle risate, quell'energia, vedo della sofferenza. 

E invece vorrei vedere della gioia.


venerdì 29 ottobre 2021

Di stanze, elefanti, riflessi pavloviani e Democrazia.

 



Tra i miei talenti c'è anche quello di andarmi a infilarmi consapevolmente in situazioni senza speranza solo perché penso sia necessario farlo. Cosa che ho fatto pochi giorni scrivendo un post su Facebook che riprendeva una surreale polemica sorta attorno al Prof. Barbero e che riporto testualmente:

"Chiunque insegni improvvisazione sa che ci sono differenze strutturali tra uomini e donne.

Uno può sbattersene, fingendo che queste differenze non ci siano e aspettare che sia la naturale evoluzione delle cose a espellere le donne dall'improvvisazione, può dire "poverine" creando così l'handicap, oppure lavorare per ridurre il deficit.
A ciascuno la sua scelta, anche quella di negare l'evidenza (o l'italiano)."

Mio fratello, che mi vuole bene, mi ha prontamente scritto.



Ma io, testardo come ogni Capricorno che si rispetti ho proseguito imperterrito, consapevole di avere scritto qualcosa di impopolare, ma non per questo per forza sbagliato.

Facebook non è un luogo dove dibattere: richiede una comunicazione veloce, il contesto quasi sempre collassa e in gioco non c'è quasi mai un concetto, ma l'immagine di sé che si vuol dare. Invece per chiarire certi concetti c'è bisogno di pensieri lunghi.

Quindi benvenute e benvenuti nei pensieri lunghi, se siete suscettibili fate ancora in tempo a smettere di leggere, se vi sentite chiamati in causa poco sotto c'è un immagine per voi, se sarete scandalizzate/i bene.

Quel puntino luminoso è dove siamo voi, io e le nostre opinioni.


Pronti (da ora in poi uso il maschile per il neutro come ha ribadito da poco l'Accademia Della Crusca, nulla di personale. Se non vi sta bene seguite il link e lamentatevi con loro, ok?)

Visto che quello che voglio dire probabilmente sarà un mattone, per renderlo più fruibile l'ho reso sotto forma di dialogo. buona lettura.

PS - mentre scrivevo queste righe, in Parlamento andava in scena la vergogna del DDL Zan.  Non ci sono parole per descrivere questa infamia. Un diritto se non è universale è un privilegio.



DIALOGO SULLE STANZE, GLI ELEFANTI IN ESSE CONTENUTI, RIFLESSI PAVLOVIANI E DEMOCRAZIA

Personaggi

Dottor Divago - Anziano docente di improvvisazione, idealista e sprovveduto

Professor De Fenomeniis - Docente di Improvvisazione ben addentro la materia.

Prudente – Docente di Improvvisazione meno addentro la materia, ma più avvezzo alle trappole della vita

Platone – Filosofo

Galileo – Scienziato

Vladimiro ed Estragone - Passanti



PROFESSOR DE FENOMENIIS – Beh, direi che se volevi farti detestare, caro Dottor Divago, non potevi fare scelta migliore: già, da maschio quale sei, scrivere su Facebook un post sulle differenze di genere è andarsela a cercare, poi riprendere le parole del Prof. Barbero che vedi essere da due giorni in un tritacarne, mi sembra una mossa abbastanza ingenua. E infatti ti è stato chiarito che quelle “differenze strutturali” non ci sono proprio. Com’è che le hanno definite? Ah, ecco: “cazzate”. E a dirlo è stata una donna: punto, set, match.

PRUDENTE – Attento De Fenomeniis, tu ed siamo gli antagonisti dentro un Dialogo: il nostro ruolo è quello di fare la figura dei minchioni. È chiaro che le cose non stanno così, sennò non saremmo qui. Dammi retta: meno parli e prima ce ne andiamo a casa.

Dottor Divago – Caro Professor De Fenomeniis, parto dalla fine. Il fatto che a dire una cosa inesatta sia stata una donna o un uomo è irrilevante. Se una cosa è falsa è falsa. Nascondersi dietro il dito del “è stata una donna a dirlo” non solo non aiuta a fare chiarezza, ma sottende che a una donna bisogna dare sempre ragione come si fa coi matti o che bisogna farlo perché le donne sono delle rompicoglioni e allora meglio chiudere subito certe discussioni. Sicuramente una donna che vive sulla propria pelle le conseguenze di quelle differenze strutturali ha tutto il diritto di dire la sua e di venire ascoltata con attenzione, ma se dice un’inesattezza e non la si corregge, la si mantiene in uno stato di ignoranza che non aiuta nessuno.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Il tuo potrebbe sembrare mansplaining.

Dottor Divago – Vero. Ma sei stato tu a tirare fuori il “e a dirlo è stata una donna”…

PRUDENTE – In realtà siamo dentro un Dialogo fittizio, chiaro che tu che scrivi dietro lo pseudonimo ci fai dire quello che ti pare.

Dottor Divago – Zitto Prudente, non interrompere il Dottore mentre parla.

PRUDENTE - E poi avete notato che in questo dialogo si parla di donne, ma siamo tutti uomini?

DOTTOR DIVAGO - Vero. Però non mi pareva corretto inserire una donna che diceva ciò che un uomo voleva che dicesse. Dobbiamo dare loro spazi dove siano libere di esprimersi, non sostituirci a loro. Tornando a noi: De Fenomeniis, sei stato tu a tirare fuori il “e a dirlo è stata una donna”, non io. Inoltre Professore, tu mi conosci bene: se a dirlo fosse stato un uomo non avrei fatto lo stesso identico spiegone anche a lui? Ci vivo di spiegoni!

PROFESSOR DE FENOMENIIS – In effetti…

Dottor Divago – Bene. Chiarito questo proseguiamo. Dire che ci sono differenze strutturali non significa che ci sono differenze biologiche o culturali, indica proprio strutturali. Se avessi voluto intendere qualcosa di diverso avrei cercato il termine esatto.

Strutturale significa legato alla struttura; al variare della struttura, variano le differenze.

PRUDENTE – Perché c’è un link alla Treccani su “struttura”?

Dottor Divago – Perché così non mi rompono i coglioni equivocando sul termine. Riprendiamo. Per esempio: la grafite e il diamante sono tutti e due costituiti da atomi di carbonio, quello che fa la differenza è la disposizione di questi atomi. Nella grafite questi atomi sono disposti su dei piani con legami deboli tra un piano e l’altro, nel diamante la struttura è più compatta e i legami sono più forti. Ma sempre di carbonio si tratta.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – E sentiamo: tra l’uomo e la donna chi sarebbe il diamante e chi la grafite?

Dottor Divago – Questa è una domanda stupida.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Mi stai dando dello stupido?

Dottor Divago – No. Ho detto che è la domanda ad essere stupida. Esci dal centro dell’Universo. Sai quanta gente mi ha tolto l’amicizia su Facebook dicendomi di averli offesi perché invece avevo solo scritto che il loro ragionamento era idiota?

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Beh…

Dottor DivagoEsci – Dal – Centro – Dell’ – Universo!

PRUDENTE – Scusi Dottore, ma questo cosa c’entra con il diamante e la grafite?

Dottor Divago - Se mi chiamano Dottor Divago ci sarà un motivo, no? Comunque, caro Prudente, io non ho detto che l’uomo è il diamante e la donna è la grafite, io parlavo di mineralogia e basta. Il volere attribuire secondi fini alle affermazioni ci allontana dalla chiarezza di pensiero. Se preferisci posso usare come esempio la calcite e l’aragonite tanto il concetto che a variare è la struttura ma non gli elementi che la costituiscono non cambia.

PRUDENTE – Questo della calcite era solo per farci sapere che ha una laurea in Scienze Geologiche…

DOTTOR DIVAGO – E che all’esame di mineralogia presi 30 e lode.

Se, come alcune persone hanno inteso, avessi scritto che le differenze sono biologiche, allora avrei inteso che tali differenze non sono recuperabili: per quanto mi possa impegnare, in quanto uomo non potrò mai allattare al seno. Inoltre queste differenze le troveremmo identiche in ogni luogo e ogni epoca storica, cosa che invece non accade. Avrei potuto definire queste differenze come culturali, ma culturale è un termine riduttivo; sicuramente tra uomo e donna ci sono differenze culturali, ma ritengo che sia più la cultura dominante imperniata sulla presunta superiorità del maschio a generare discriminazioni di genere che le effettive differenze culturali tra uomini e donne. Non ho elementi per dire se sia la cultura dominante ad avere generato le famigerate differenze strutturali o se ne sia stata generata, non sono un neuroscienziato…

PRUDENTE – Pure umile.

DOTTOR DIVAGO - ...ma rimane il fatto che viviamo immersi in una visione distorta delle figure maschile e femminile e tra Cultura Dominante e Differenze Strutturali c'è un meccanismo di retroazione che rende difficile (e inutile, a mio parere) capire cosa generi cosa.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Retroazione?

DOTTOR DIVAGO – Autopompante.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Ah, capito. Ma allora Dottore, ammesso e non concesso che queste presunte differenze strutturali esistano, nell’improvvisazione dove stanno?

DOTTOR DIVAGO - Vi propongo una verifica semplice: riprendete i vostri appunti e confrontate quante volte le vostre allieve hanno fatto un'entrata a cazzo in una scena rispetto a quante volte l'hanno fatto i vostri allievi.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Scusa?

DOTTOR DIVAGO - Voi, prima di indignarvi perché ho detto che ci sono differenze strutturali tra uomini e donne, avete verificato che tali differenze non ci siano vero?

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Ehm…

PRUDENTE - Ehm...

DOTTOR DIVAGO - Aver creduto per duemila anni che il Sole girasse attorno alla Terra non è stato sufficiente a fare sì che ci girasse davvero. Allo stesso modo desiderare fortissimamente che non ci siano differenze nelle entrate a cazzo in scena tra uomini e donne non è sufficiente a fare sì che quella sia la realtà delle cose. Se non si hanno dati si hanno solo opinioni. E un’opinione non fondata sui dati non è un opinione.

PROFESSOR DE FENOMENIIS - “Un’opinione non fondata sui dati non è un opinione”. Bella questa, me la segno.

DOTTOR DIVAGO – L’ho letta su Topolino.

PRUDENTE – Te l’avevo detto che eravamo qui solo per fare la figura dei minchioni.

DOTTOR DIVAGO - Scusate la digressione, ripeto la domanda: quante volte le vostre allieve hanno fatto un'entrata a cazzo in una scena rispetto a quante volte l'hanno fatto i vostri allievi? Io questo l'ho misurato..

PRUDENTE – L’ha misurato?

DOTTOR DIVAGO – Sì. Ho una vita vuota, e allora? L’ho misurato e per quello che riguarda la mia esperienza, cosa che non ha valore statistico alcuno, le donne fanno molte meno entrate a cazzo di un uomo.

Questo può dire due cose: che le donne sanno leggere una scena e sapere che quell'entrata manderà tutto in vacca meglio di un uomo, oppure che gli uomini hanno una maggiore propensione al rischio delle donne.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – E…?

DOTTOR DIVAGO - Quali sono le cause? Non lo so, non sono un sociologo o uno psicologo, ma è una differenza che ho osservato e che mi sono attivato per ridurre.

Per quella che è la mia personale visione dell'improvvisazione preferisco aumentare le entrate a cazzo delle donne che ridurre quelle degli uomini: solo mandando in vacca le scene e riflettendo sull'accaduto si può acquisire quella sensibilità necessaria a fare le giuste entrate. Se invece fosse che le donne leggono meglio la scena, aumentando le entrate a cazzo tale capacità non andrà persa. Ma poi, parliamone: esistono poi entrate giuste o sbagliate nell’Improvvisazione?

PRUDENTE – Per favore, Dottore!

DOTTOR DIVAGO – Ok, scusate. Riprendiamo.

Nel mentre che aspettiamo la fine dei corsi per confrontare le vostre misurazioni su queste entrate in scena, per vedere se ci siano o no differenze strutturali tra uomini e donne nell'improvvisazione potete fare un'altra cosa: aprite Facebook, guardate le foto degli spettacoli di improvvisazione che stanno venendo fatti e calcolate il rapporto donne/uomini per ogni spettacolo.

Ma non solo. Se guardate le foto degli spettacoli della vostra associazione potete facilmente confrontare quel dato con altri due interessanti rapporti: quello donne/uomini nel parco attori e quello donne/uomini tra gli iscritti dei primi anni di quegli attori che vedete nelle foto.

Mi auguro che quel rapporto sia costante nel tempo e si attesti sul 50/50.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Non ho capito.

DOTTOR DIVAGO - Se ci fossero, che so, squadre composte da tre uomini e una donna (ma cosa vado a pensare!) come risultato finale di un corso triennale al quale all’origine s’ erano iscritti ambedue i generi in ugual misura, sarebbe bello indagare sulle cause. Quel drastico calo di improvvisatrici è stato dovuto a un clima maschilista, al fatto che "non fossero portate per l'improvvisazione" o per differenze strutturali non affrontate?

PROFESSOR DE FENOMENIIS - La risposta più semplice potrebbe essere: "Perché al I° Anno s'iscrive una donna ogni tre uomini"?

DOTTOR DIVAGO - E a quel punto la domanda che sorge spontanea è: "Allora perché la scuola di fianco alla tua è composta all'80% da donne?” Perché vanno tutte lì? Dopotutto l'improvvisazione sempre quella è!

In sostanza già quel dato di tre uomini sul palco per ogni donna dovrebbe farci pensare. Può essere che i corsi d'improvvisazione attirino molti più uomini che donne, può essere che il processo d'insegnamento espella molte più donne dai corsi rispetto agli uomini, può essere che la Direzione Artistica decida che devono esserci più uomini che donne sul palco per motivi a noi oscuri, può essere che la differente distribuzione dei carichi di lavoro nella società costringa le donne a fare meno spettacoli rispetto alla loro controparte maschile. Può essere un milione di altre cause, ma fatto sta che in sacco di foto di spettacoli di improvvisazione si vedono sul palco più uomini che donne.

A questo punto la scelta è: fare finta di niente oppure sollevare la questione per provare a riflettere, pur sapendo che parlare di questioni di genere su Facebook equivale a suonare la campanella davanti ai cani di Pavlov.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Immagino che un sacco di gente sarà contenta di vedersi associata ai cani di Pavlov...

PRUDENTE - Di campanelle in quel post ce n'erano a bizzeffe, ma due sono state quelle che hanno innescato le maggiori salivazioni: "differenze strutturali" e "ridurre il deficit".

DOTTOR DIVAGO - Personalmente trovo ironico che nessuno si sia scandalizzato per la parte "uno può sbattersene, fingendo che queste differenze non ci siano e aspettare che sia la naturale evoluzione delle cose a espellere le donne dall'improvvisazione", mentre il termine "Deficit" abbia suscitato così tanta emozione. Solo qualcuno, estraneo all'improvvisazione, ha fatto notare che, per definizione, un insegnante non aspetta.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Rimarcare quest’ultima cosa non la farà certamente amare di più.

DOTTOR DIVAGO – Mica l’ho detto io che un insegnante, per definizione, non aspetta. Ma non divaghiamo.

PRUDENTE – E se lo dice lui di non divagare…

DOTTOR DIVAGO - Ora, se sul palco vedo una donna ogni tre uomini, un deficit di rappresentatività c'è oppure no? Se nei miei corsi c'è una marcata differenza nelle entrate in scena tra allievi ed allieve, che si traduce in una diversa propensione al rischio, significa che c'è un deficit che devo recuperare. Come, dall'altra parte, devo recuperare il deficit che gli uomini hanno rispetto alle donne nel mettere in scena scene intime (ho misurato pure quello, io misuro tutto).

"Ridurre il deficit" è un'affermazione neutra, che ognuno legge secondo le proprie lenti.

Però il fatto che ci sia - a torto o ragione - un riflesso pavloviano sul termine deficit e nessuno che abbia commentato sul fatto che ci sia la possibilità che l'Improvvisazione sia immersa in un sistema dove le donne che non si adattano alla Cultura Dominante vengono espulse o vengono tenute, benevolmente, in una condizione di inferiorità mi dà da pensare. Deve darci da pensare.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Però mica è così dappertutto!

DOTTOR DIVAGO – Ovviamente: ogni generalizzazione è sbagliata, si sa. Nell'improvvisazione ci sono realtà a trazione femminile, altre dove ambedue i generi sono equamente rappresentati, spettacoli e corsi a maggioranza femminile e così via. Però non è questo il punto.

Il punto è: davvero sono l'unico a pensare che ci siano differenze strutturali e che invece di nascondere la polvere sotto il tappeto - perché sappiamo tutti che parlare di differenze di genere per un uomo equivale a entrare bendato in un campo minato - sarebbe bene affrontare la questione e ridurre il deficit che queste differenze generano, qualunque sia questo deficit?

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Penso che la domanda piuttosto sia “ma perché devo mettermi questo problema?” Io insegno improvvisazione e basta. Le persone vengono a fare improvvisazione perché si divertono e perché le fa stare bene. Perché tutti questi problemi? Le donne, le differenze strutturali, il deficit, la propensione al rischio: noi facciamo improvvisazione e basta. E basta. Le sue sono seghe mentali. Seghe mentali che non interessano a nessuno.

PRUDENTE – “Sega mentale” mi pare un po’ maschilista...

DOTTOR DIVAGO – Vero. Le mie sono seghe mentali. E uso anche un linguaggio difficile. Però non sono solo uno che improvvisa, sono uno che insegna. E insegnando dobbiamo tenere a mente due cose: la prima è che abbiamo a che fare con delle persone, la seconda è che non è possibile pensare che ciò che insegniamo rimanga confinato dentro l’aula come se quella fosse un luogo separato dal resto del Mondo,

PRUDENTE – De Fenomeniis, mi sa che l’hai fatto incazzare.

DOTTOR DIVAGO – In trent’anni di attività ho visto camionate di persone venute a fare improvvisazione piene di entusiasmo, poi lasciarla convinte di essere incapaci di improvvisare. E solo perché i loro insegnanti erano dei cani che sfogavano le loro frustrazioni su di loro. Io gli insegnanti che mi hanno detto “la verità è che le donne non sono fatte per l’improvvisazione” li ho conosciuti. E questi sono ancora lì che insegnano!

PRUDENTE – Sì, l’hai fatto incazzare.

DOTTOR DIVAGO – E sapete qual è l’ironia del tutto? Di affermazioni come “la verità è che le donne non sono fatte per l’improvvisazione”, “non ci sono differenze strutturali”, “recuperare il deficit”? Che l’improvvisazione l’ha inventata una donna! E l’ha inventata proprio per superare quella che lei stessa ha chiamato Sindrome da Approvazione/Disapprovazione! Sta scritto proprio di suo pugno, nero su bianco all’inizio del suo libro Improvisation For The Theatre. Ora dimmi che non ci sono differenti meccanismi di Approvazione/Disapprovazione tra uomini e donne! E leggiti ‘sti libri se vuoi insegnare: te li hanno anche tradotti in italiano.

E se non ti basta Viola Spolin c’è anche Keith Johnstone: te la sei letta l’Introduzione a Impro o l’hai saltata perché cercavi giusto gli esercizi fighi da proporre agli allievi?

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Ehm…

DOTTOR DIVAGO – Uno dei motivi per cui l’Improvvisazione Teatrale è considerata meno di zero è perché c’è gente come te che insegna senza sapere perché esiste quello che insegna!

PRUDENTE – Dottore, sta divagando.

DOTTOR DIVAGO – No, non sto divagando. Sto dicendo che l’Improvvisazione non è nata per andare a fare i pagliacci sul palco, è nata per aiutare le persone. Poi se uno vuole andare sul palco ci vada e faccia quello che crede, ma deve sapere da dove viene quello che sta facendo. Ognuno usi lo strumento come crede, l’Improvvisazione è libertà, ma lo strumento lo si deve conoscere. Ai nostri corsi insegniamo un’infarinatura di Storia Del Teatro e non spendiamo due parole sulla Storia Dell’Improvvisazione: siamo una specie di “1984” del discount!

L'Improvvisazione può essere un volano di Democrazia: chi improvvisa impara a sospendere il giudizio, ad ascoltare l'altro, a riconoscere l'altro, a creare assieme all'altro nella frizione con l'altro; improvvisare è una costante rinegoziazione con l'altro delle priorità e delle necessità.

PROFESSOR DE FENOMENIIS - Mi sembra un po' azzardata come affermazione.

DOTTOR DIVAGO -Rileggetevi l'Articolo 3 della Costituzione e ditemi se non ricalca pari pari quello che dovrebbe essere l'improvvisazione!

Quindi, se per amore del quieto vivere ignoro quello che vedo, come la diversa propensione al rischio tra uomini e donne. oppure il già citato rapporto 1 a 3 di chi va sul palcoscenico, da insegnante sto dando "pari dignità sociale [...] senza distinzione di sesso [...] di condizioni personali e sociali" rimuovendo "gli ostacoli di ordine [...] sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"?

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Mah!

DOTTOR DIVAGO – Può darsi che io stia prendendo un abbaglio, ci sta. Può darsi che l'Improvvisazione sia un'isola felice dove l'Art.3 ha già trovato la sua piena attuazione. Può darsi che io sia un vecchio fanatico e rincoglionito.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Ecco.

DOTTOR DIVAGO – Ma c'è qualcuno che, non dico possa produrre dei numeri per smentire quanto scrivo, ma che riesca a superare il riflesso pavloviano che fa sì che le donne saltino alla gola di chiunque affermi che, se vediamo le differenze come ricchezza e non come motivo per soggiogare l'altro, magari uomini e donne sono diversi senza che questo sia per forza un male? Possiamo pensare a questa differenza - anzi a una qualsiasi differenza: uomini, donne, bianchi, neri, gay, etero  - senza che implichi per forza una gerarchia di valore?

PROFESSOR DE FENOMENIIS - "Gerarchia di valore"? Ma come parli? Mi sembri uno uscito da un film di Nanni Moretti.

PRUDENTE – Però Dottore, se mi permette, il fatto che lei sia un uomo dà a tutto il suo discorso un taglio un po’ ipocrita.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Puoi togliere “un po’ “.

DOTTOR DIVAGO – Sia chiaro, io sono maschio, bianco, etero e vivo pure in un industriosa città del Nord, lo so. Ma so anche che questo vuole dire che ho in mano le carte migliori del mazzo. E che se voglio tenere in mano queste carte non devo fare niente, mi basta ignorare quello che vedo. Tanto, visto che mi piace andare sul palco ho tre volte di più la possibilità di una donna di farlo, no? E gli uomini hanno imparato a starsene fuori da queste discussioni: sanno che ne usciranno comunque con le ossa rotte, mentre fino a che non parlano non devono scoprire le loro carte. Solo i più stupidi entrano in queste discussioni.

PRUDENTE - Dottore, lei ci è entrato. Anzi, la discussione l'ha proprio proposta lei.

DOTTOR DIVAGO – Vero. Però chiunque abbia letto la quarta di copertina del testo più scrauso sul Femminismo, sa che il Femminismo non riguarda la superiorità della Donna sull'Uomo, ma la redistribuzione più equa del Potere. E cosa insegna l'Improvvisazione se non a ripartire il Potere in maniera più equa?

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Si vabbè, ciao.

DOTTOR DIVAGO – Sì, caro Professor De Fenomiis: quando insegniamo a improvvisare, tra le altre cose, insegniamo a cedere all’altro parte del potere che vorremmo arrogarci per potere veramente costruire qualcosa insieme. Mi dispiace se ti hanno insegnato che l’Improvvisazione è IdeaX + IdeaY = ScenaZ. Questo è un monumento all’Ego di chi improvvisa. È prendersi a cornate. Se non insegni a chi improvvisa a cedere il potere all’altro, ad ridurre il proprio bisogno di controllare e decidere anche per l’altro al fine di creare una scena assieme assieme, stai solo insegnando delle tecniche per fingere di stare collaborando mentre invece si cerca di dimostrare chi dei due ce l’ha più lungo. Saper improvvisare è anche saper ridistribuire il potere. 

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Questo con l’Improvvisazione non c’entra nulla. È solo un tuo volo pindarico: a te non piace come si improvvisa perché hai le tue idee, che nessuno segue, e dall’alto della tua spocchia ti senti in diritto di gettare merda su tutto e tutti. Questa è la verità. Fai il difensore delle donne quando loro sono state ad attaccarti. Ogni tanto te ne esci fuori con qualcosa di nuovo per fare l’originale, ad Agosto era l’Antifragilità e ora questo “ridurre il deficit” solo perché fa figo.

DOTTOR DIVAGO - Qui non parliamo di ridurre il deficit perché è giusto o perché fa figo. Parliamo di pura e semplice improvvisazione. Più il mio compagno in scena è libero da costrizioni consapevoli o inconsapevoli e meglio potrà improvvisare con me. Ma perché insegnare l’uso della voce va bene e intervenire sulle differenze di genere no? Non stiamo intervenendo sul permettere a chi improvvisa di poterlo fare con strumenti ancora migliori? Qui non si sta parlando di fare la rivoluzione partendo dall’improvvisazione, ma di mettere le persone nella condizione di improvvisare meglio. Poi è chiaro che, come quando s’impara a parlare in pubblico quella competenza ce la si porta nel quotidiano, allo stesso modo quell’empowerment non resta confinato ai muri della sala prove.

PROFESSOR DE FENOMENIIS – "Empowerment": è tornato Nanni Moretti! Lo sai cosa gliene frega a chi s’iscrive a un corso d’Improvvisazione del tuo "empowerment"? Quelli vengono per divertirsi.

DOTTOR DIVAGO – Certo che vengono per divertirsi, ma una cosa non esclude l’altra. Perché si deve sempre pensare alle cose in termini o/o e non in termini diversi? Chi viene a fare un corso d'improvvisazione viene perché si diverte e sta bene. E quello gli basta.  Ma un conto è il discente e un altro è il docente. Tu, docente, devi sapere cosa smuove ciò che insegni, altrimenti non sei un insegnante, sei un ammaestratore. In un corso di improvvisazione ti arriva pari pari quello che già è presente nella società, sta a te insegnante intervenire e rimuovere i blocchi, i pregiudizi, gli stereotipi e le discriminazioni. Ma che diamine: viviamo in una società maschilista, ti mostro che nelle foto degli spettacoli ci sono tre improvvisatori maschi per ogni improvvisatrice e mi dici che questo non c’entra niente e che non ci sono differenze strutturali tra uomini e donne nell’Improvvisazione? Tre uomini per ogni donna: che messaggio stai facendo passare? O che quella singola donna in scena, se ha voluto improvvisare, si è dovuta adattare a farlo secondo degli standard fissati da uomini o che è lì a fare la Riserva Indiana!

PROFESSOR DE FENOMENIIS – Che vuol dire “ si è dovuta adattare a farlo secondo degli standard fissati da uomini ”? L’Improvvisazione una è, mica ci sono differenze tra uomini e donne. Le differenze sono culturali. 

DOTTOR DIVAGO – Non ci provare!

GALILEO – Scusate?

PRUDENTE – Oddio! E chi sono questi due?

GALILEO – Sono Galileo Galilei.

PLATONE – E io sono Platone. Siamo venuti a dire che questa pagliacciata del Dialogo per discutere dell' argomento potete anche farla finire qui.

DOTTOR DIVAGO – Come pagliacciata? Ma come vi permettete?

PLATONE - Se permette io di dialoghi me ne intendo: Il Simposio, La Repubblica, l’Apologia Di Socrate, Il Fedro, Il Politico, devo continuare?

GALILEO – E a me l’Inquisizione ha fatto un mazzo così per il Dialogo Sopra I Due Massimi Sistemi Del Mondo. Mi ha fatto abiurare, mi ha fatto. E tu Divago fai il martire per un paio di critiche? Non dureresti cinque minuti davanti al Sant’Uffizio.

PLATONE – Quindi la chiudiamo qui va bene? Divago: a casa!

PROFESSOR DE FENOMENIIS - Finalmente se ne è andato via. Lui e le sue idee bislacche. "Le differenze strutturali tra uomini e donne": uno dovrebbe capire quando è ora di andare in pensione.

PRUDENTE – Alla fine tante chiacchiere e nessuno ha cavato un ragno dal buco. Lui non ti ha convinto e tu non hai scalfito le sue convinzioni. Che dici, ci sta un birrino prima di scomparire?

VLADIMIRO – Scusate signori, io e il mio amico Estragone stavamo aspettando il Signor Godot, mica l’avete visto, per caso?


giovedì 11 giugno 2020

Insegnare l'improvvisazione teatrale. Parte 3 - Approcci


Questa è la prima di una serie di polarità che attraversano l'improvvisazione e l'insegnamento della stessa di cui parlerò un po' alla volta.

Tolta la fauna descritta nel post precedente (post che potete trovare qui) rimane una distinzione pedagogica più alta: quella tra ciò che definisco come Io insegno solo ai campioni e quella Il gruppo avanza alla velocità del più lento. Ogni insegnante e ogni scuola si collocano tra questi due poli in maniera più o meno marcata.

Quanto segue non vuole essere un giudizio morale o etico su determinate scuole, classi o insegnanti: è semplicemente la riduzione all'osso di una serie di impostazioni, quasi sempre assunte implicitamente e con le migliori intenzioni da parte dei soggetti responsabili di attività didattico-pedagogiche. Questa è una polarità forte e drammatica, che in realtà  attraversa tutto il mondo dell'improvvisazione teatrale, non solo le scuole, ed è insito in ogni attività didattico-pedagogica, in quanto riguarda il valore che diamo a ciò che facciamo.

Ogni scuola di improvvisazione dovrebbe avere ovunque dei cartelli scritti in grande che chiariscano a quale delle due filosofie aderisce e dovrebbe prendersi il tempo di ribadire il concetto ad ogni allievo prima di prenderne la quota di inscrizione. Sarebbe un gesto di trasparenza che eviterebbe loro di infliggere inconsapevolmente sofferenze a persone ignare che si iscrivono a un corso di improvvisazione convinti di ottenere delle cose per poi ritrovarsi arruolati in un viaggio verso una direzione completamente opposta.


IO INSEGNO SOLO AI CAMPIONI


Chi  non vorrebbe che fossero così i propri allievi?


Io insegno solo ai campioni 
riconduce a una visione un po' classista dell’improvvisazione: c’è chi è bravo e chi no e i non bravi fanno perdere tempo ai bravi. E sono i bravi quelli che fanno progredire l’Improvvisazione. Per tutti gli altri c'è posto a patto che non rallentino la marcia.

Le classi degli insegnanti che sposano questa visione normalmente hanno questi tratti in comune:

  • elevata concentrazione di allievi altoperformanti

  • alta proceduralizzazione delle scene

  • scarsa flessibilità degli allievi

  • elevati livelli di ansia degli allievi

  • scarsa propensione al rischio

  • bassa responsabilità percepita dagli insegnanti sul risultati negativi degli allievi.

L’elevata concentrazione di altoperformanti la si ottiene perché l’ambiente della classe è implicitamente escludente verso chi non tiene il passo e perciò abbandonare il corso è più facile per chi non si sente all’altezza della performance richiesta. Va chiarito che l’Implicitamente Escludente è lo stato più diffuso nelle classi di qualsiasi disciplina, ma nel caso in questione tale stato è più intenso. L'insegnamento è fortemente focalizzato verso la performance, qualsiasi significato tale performance possa assumere. L’abbandono da parte dei bassoperformanti aumenta la pressione sui normoperformanti e allo stesso tempo rinforza lo status degli altoperformanti accelerando i processi disgregativi all'interno del gruppo. Si crea così una sorta di pressione selettiva che fa sì che sul medio-lungo periodo rimangano i "cavalli di razza" e pochi altri. 

L’alta proceduralizzazione delle scene è allo stesso tempo causa ed effetto dell’impostazione “io insegno solo ai campioni”: per insegnare ai campioni ho bisogno di standardizzare le performance per poterle insegnare e misurare l’avanzamento dell’allievo rispetto all’obiettivo prefissato. Ma per potere misurare, devo fissare prima cosa misurare e poi come farlo. Questo fa sì che la pratica dell’improvvisazione venga incanalata dentro meccanismi causa-effetto per vedere se l’allievo raggiunge il risultato desiderato o segue il percorso desiderato o, meglio ancora, fa tutte e due le cose. Spesso il corso è finalizzato non tanto a dare agli allievi competenze a tutto tondo, ma a renderli performanti nell'ambito del format principale della scuola.

La scarsa flessibilità degli allievi è diretta conseguenza di quanto sopra: al bisogno dell’allievo di punti fermi si somma la necessità dell’insegnante di standardizzare e misurare, perciò spesso le deviazioni dalla norma vengono classificate come bassoperformanti. L'improvvisazione è vista sempre meno come un territorio dove fare scoperte e sempre più come un insieme di regole e procedure per fare "bene" una scena (sul concetto di Bene e Male nell'improvvisazione mi riservo di fare un post in futuro). Questo fa sì che vengano tendenzialmente prese solo iniziative che si pensa verranno approvate dall'insegnante. La conseguenza di ciò è che le iniziative che escano da quello che viene percepito come il seminato progressivamente usciranno prima dall'accettabile e poi dal pensabile del gruppo degli allievi, restringendo di fatto le opzioni a loro disposizione. Può capitare che gli allievi si iscrivano a corsi alternativi della loro scuola per vedere se cambiando, per esempio, format possono recuperare il deficit accumulato. Solitamente queste esperienze si rivelano frustranti perché anche se in questi corsi gli allievi riuscissero a trovare un ambiente favorevole, vengono poi valutati (e valutano loro stessi) in funzione del corso principale. L'uscita degli elementi che non si trovano a proprio agio con la visione del gruppo rinforza questa visione, costringendo gli elementi più vulnerabili ad allinearsi e vedere la loro frustrazione aumentare o ad uscire pure loro. 

Questo genera un’ansia generalizzata che fa sì che gli allievi si affidino di più alle procedure che permettono loro di “fare bene” e di ricevere l’approvazione dell’insegnante, invece di prendersi rischi che li portino lì dove il ghiaccio è sottile col rischio di finire tra i bassoperformanti. Inoltre è facile che questa ansia inneschi nel gruppo la ricerca di capri espiatori per giustificare tra gli allievi le difficoltà a raggiungere gli obbiettivi fissati dal docente. Uno dei sintomi è la frequenza con la quale gli allievi tendono a fare gli esercizi e le scene sempre con quelli ritenuti "capaci" schivando i compagni ritenuti "difficili" o semplicemente meno bravi. Un insegnante che deve ripete che ripete più e più  volte "Chi va?" quando c'è già un attore in scena che aspetta il compagno è un sintomo che non può non essere ignorato. 

Una delle principali conseguenze di quest'ansia - ma che allo stesso tempo ne è motore - è la scarsa propensione al rischio da parte degli allievi. Questo non si tradurrà nel non volere fare le cose, ma nel seguire istintivamente percorsi sicuri, aggrappandosi a cliché, categorie, visioni distorte della drammaturgia e altro. L'effetto macroscopico è la presenza di una certa ripetitività di situazioni, personaggi e dinamiche, in sostanza di un approccio conservativo all'improvvisazione. La tendenza ad andare in scena sempre con le stesse persone, magari gli amichetti bravi, è un segnale di scarsa propensione al rischio da parte degli allievi. Una soluzione è quella di sorteggiare ogni volta i nomi di chi dovrà fare l'esercizio.

Diventa chiaro alla luce di quanto esposto che per l’insegnante sia naturale scaricare la responsabilità delle basse performance alla presunta incapacità dell’allievo invece di mettere in discussione le proprie didattica e pedagogia. Tutto è standardizzato e dà risultati osservabili, quindi la responsabilità del mancato raggiungimento deve essere dell’allievo perché mettere in discussione la metodologia didattico-pedagogica vorrebbe dire mettere in discussione l’impostazione di base dell’identità dell’insegnante, il suo ruolo e la sua stessa identità. Infatti all'interno di questa visione l'insegnante è lì perché lui (o lei) per primo ha superato la stessa selezione quando era allievo ed è in virtù di questo che si è guadagnato i titoli per insegnare. 


IL GRUPPO AVANZA ALLA VELOCITÀ DEL PIù LENTO


Chi non vorrebbe che fossero così i propri allievi?

L'approccio il gruppo avanza alla velocità del più lento è invece più democratico (qualsiasi cosa democratica voglia dire) di quello "Io Insegno Solo Ai Campioni": l’improvvisazione è una cosa alla portata di tutti e tutti devono potervi accedere.

L’approccio “il gruppo avanza alla velocità del più lento” significa che nessuno deve restare indietro in quanto l’aspetto sociale e comunitario della lezione dell’improvvisazione improvvisazione è un obiettivo implicito della lezione stessa, a prescindere dagli argomenti trattati.

Attenzione! Tali corsi non sono momenti dove ci si ritrova per divertirsi tutti assieme a prescindere dal tema della lezione perché l’importante è stare assieme: no, sono classi di improvvisazione con obiettivi didattici specifici, alla stregua delle altre, solo che la metodologia didattica è diversa perché l'attenzione è più centrata sui risultati del gruppo che del singolo.

Se in Io Insegno Solo Ai Campioni ci si focalizza sul Singolo e sulla Performance, qui ci si concentra sul Gruppo e sul Processo, ma l'obbiettivo è lo stesso: formare improvvisatori capaci e preparati.

Le classi delle scuole e degli insegnanti che seguono questo approccio sono solitamente caratterizzate da:

  • maggiore incidenza di normoperformanti

  • maggiore destrutturazione di scene e lezione

  • maggiore responsabilità percepita del docente sul risultato dell’allievo

  • Maggiore propensione al rischio

Se si parte dal presupposto che nessuno va lasciato indietro, ne consegue che il docente si sente maggiormente responsabile dei risultati del singolo allievo. Se il gruppo va a rilento, bisogna identificare chi lo sta rallentando e operare prontamente per ridurre il suo deficit verso il resto del gruppo. Se l’allievo non raggiunge i risultati sperati la responsabilità è del docente che non è riuscito a trovare gli strumenti adeguati, non della lentezza dell’allievo. La valutazione dei progressi dell'allievo tiene conto anche da dove partiva, non solo se ha raggiunto o meno l'obiettivo: se devo arrivare a Roma e mi fermo ad Orte c'è una bella differenza del lavoro fatto se sono partito da Firenze o se partivo da Oslo! 

Questo fa sì che le lezioni siano più destrutturate in quanto non ci sono percorsi prefissati per raggiungere l’obbiettivo, ma bisogna agire per prove ed errori nel trovare la soluzione ottimale per quel singolo allievo in quello specifico momento. Per lo stesso motivo le scene avranno una dimensione meno procedurale e più esplorativa perché è necessario lavorare su ciò che emerge nel momento in cui emerge invece di doverlo scartare perché distoglie dal raggiungimento dell’obiettivo. È valorizzando ciò che l'allievo crea e dandogli fiducia che lo si fa crescere ed è formando ciascun allievo a valorizzare ciò che l'altro può dare - a prescindere dal valore oggettivo di ciò che viene dato - che si insegna a "fare con ciò che si ha e non con ciò che si vorrebbe".

Per fare tutto ciò bisogna creare un ambiente che permetta veramente agli allievi di mettersi in gioco e che l'abusata espressione "nell'improvvisazione non c'è errore" non sia solo una dichiarazione di facciata. Qui, ancora una volta, il peso della responsabilità ricade sul docente che deve creare un setting educativo che agevoli gli allievi verso una maggiore propensione al rischio.

Alcune indicazioni di principio: 

  • Il ritorno che il docente dà al lavoro degli allievi deve essere particolarmente curato e puntuale.
  • Separare il giudizio di ciò che l'allievo ha fatto da ciò che l'allievo è: è facile sentirsi psicologi e fare affermazioni che travalicano l'improvvisazione, ma bisogna sempre ricordarsi qual è il proprio ruolo.
  • Limitarsi a commentare solo ciò che è stato fatto in scena, astenendosi da sproloqui su come sarebbe stata bella la scena che comincino con "Se tu avessi fatto..." e altre espressioni simili.
  • Focalizzarsi preferibilmente su ciò che è stato fatto bene, fosse anche una singola cosa, invece che su ciò che è andato male.
  • Non sottovalutare l'Effetto Pigmalione.
  • Al di là delle belle parole sono non verbale e paraverbale del docente che stabiliscono se il setting è "sicuro" oppure no. Quindi sappiate che non potete fingere troppo a lungo di essere ciò che non siete.

Il rischio dell'approccio "Il gruppo avanza alla velocità del più lento" è che alla fine ci siano più allievi normoperformanti in quanto da un lato l’attenzione ai bassoperformanti ne riduce la percentuale spingendoli verso l'alto, mentre dall’altro gli altoperformanti possono sentire un calo di motivazione e di interesse perché non sufficientemente ingaggiati e di conseguenza lasciare il corso.

Per il docente o la scuola che seguono questo approccio la sfida principale quella del trovare il giusto equilibrio tra il ridurre il deficit dei bassoperformanti e allo stesso tempo mantenere gli altoperformanti ingaggiati per non perderli. La sfida successiva è quella di riuscire a mantenere salda la barra del timone verso l'obbiettivo della lezione senza perdersi per seguire le paturnie degli allievi. Inoltre quanto si può destrutturare una lezione prima che la lezione diventi improvvisata anch'essa?


QUINDI?

Io Insegno Solo Ai Campioni e Il Gruppo Avanza Alla Velocità Del Più Lento sono due poli, non due categorie. Questo significa che ogni insegnante e ogni scuola si posizionano tra questi due estremi e spero che nessuno si trovi negli estremi che ho descritto rappresentandoli al 100%! Ogni approccio ha i suoi vantaggi e svantaggi e dove ci si posiziona lungo questa polarità dipende dalla propria esperienza, dalla propria formazione, dalla propria visione e dalle proprie finalità. L'importante è capire che non c'è un approccio migliore dell'altro in valore assoluto e che entrambi partono armati delle migliori intenzioni.

Però - ripeto - è cruciale dire chiaramente a chi si iscrive a un corso di improvvisazione cosa deve aspettarsi durante il corso stesso.



Il minimo sindacale

  Quando iniziai a scrivere qui mi ripromisi che avrei scritto soltanto se avessi avuto qualcosa di intelligente da dire e non per generare ...