Tutto quello che non avreste voluto sapere sapere sull'improvvisazione teatrale e non avete mai osato chiedere perché manco sapevate che certi argomenti esistessero
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Quando iniziai a scrivere qui mi ripromisi che avrei scritto soltanto se avessi avuto qualcosa di intelligente da dire e non per generare traffico a caso, quindi se per quasi due anni non ho scritto è stato perché non avevo nulla da dire.
Cosa mi ha svegliato dal letargo, allora?
Nel periodo dove non ho scritto ho, però, sperimentato tanto e osservato ancor di più.
Ho avuto la fortuna di partecipare a raduni di improvvisazione, a festival internazionali, di assistere a saggi di allievi miei e di insegnanti che conosco a malapena, insomma: ho fatto il mio e ho guardato tanto.
E in questo mio guardare ho trovato due cose che ritengo abbastanza intelligenti da sottolineare e riportare qui. Ce ne sono anche altre, ma preferisco prendermi il tempo di verificarle.
Partiamo dalla prima, la più facile.
Come stabilisco se un docente di improvvisazione ha raggiunto almeno il minimo sindacale nel suo lavoro?
Rispondere a questa domanda è sempre stato un mio cruccio.
Quello dell'improvvisazione è un regno dove chiunque può insegnare e, ahimè, in troppi lo fanno. Non c'è un Albo Professionale o un Esame Di Stato da superare, quindi chiunque abbia partecipato ad un workshop di un fine settimana può insegnare e autoproclamarsi Insegnante d'Improvvisazione.
Però ci sono anche i docenti capaci, quelli che invece hanno riflettuto a lungo su ciò che insegnano, che sono riconosciuti a ragione come bravi insegnanti, non solo perché hanno un sorriso smagliante e hanno saputo inserirsi in un circuito dove gli insegnanti si chiamano a vicenda a tenere dei workshop nelle rispettive scuole (Marcellus Vega in Pulp Fiction usa al riguardo una colorita espressione che qui è meglio non ripetere).
Maggio-Giugno è il periodo dove tutte le scuole di improvvisazione di ogni ordine e grado mettono in scena i saggi di fine corso e, in più, ci sono un sacco di raduni di improvvisazioni molti di questi saggi vengono filmati e distribuiti sul web. Quindi, come distinguere a colpo d'occhio, se il docente di quelli che sono in scena è capace oppure è un cane?
Io, al netto delle varie opinioni su cosa debba essere l'Improvvisazione, col tempo ho imparato ad osservare attentamente attrici e attori fuori scena. Quello, il "fuori scena", è il momento che accomuna tutti: bravi, cani, belli, brutti, alti, bassi, donne, uomini, nord, sud, Adriatico, Tirreno, Ionio, tutti. Una volta entrati in scena emergeranno le diverse visioni, ma prima di entrare in scena siamo tutti uguali.
Forse.
Penso che guardare come si sta fuori scena permetta una diagnostica precisa su cosa l'insegnante ha veramente trasmesso al gruppo: si può fingere di essere altro da se stessi per un po', ma nell'arco di uno spettacolo è il "non verbale" a mostrare ciò che noi siamo; ciò che veramente proviamo e a rivelare come l'insegnante abbia formato i propri allievi.
Ci sono "Gli Ansiosi", allievi e allieve che fuori scena hanno il fisico contratto, sono tesi, tirati nei sorrisi. Sono essenzialmente preoccupati della loro performance, del non fare brutta figura, del non mandare "in vacca" lo spettacolo, del non guastare la scena dei compagni.
Appartengono alla categoria delle allieve ed allievi affidati ad "insegnanti cani", i quali durante le lezioni sono troppo occupati a seguire la propria tabella di marcia per accorgersi dell'ansia che divora i propri allievi. Però sono gli stessi che insegnano le cose fighe, no?
Tranquilli: se voi siete così divorati dall'ansia, probabilmente la colpa è vostra e "l'improvvisazione non fa per voi". Ho incontrato giusto una decina di giorni fa un paio di (ex)allieve di alcuni miei colleghi che avevano lasciato l'improvvisazione per questo motivo e nei loro confronti fu usata proprio quella formula. A voi lascio immaginare il disagio lasciato da cotanta supponenza da parte dei loro insegnanti.
All'estremo opposto ci sono "I Fighi", allievi con l'aria di chi la sa lunga, quelli che pensano di averne viste così tante che non li sorprende più nulla. Quelli che entreranno in scena solo se possono fare bella figura in compagnia dei loro amici, altrimenti non si macchiano il curriculum. Sono quelli troppo rilassati, quelli che a lezione non sono mai stati spinti fuori dalla propria zona di comfort, quelli troppo simili al loro insegnante perché questi non si accorga che non sono bravi improvvisatori, ma, in fin dei conti, solo dei gran paraculi. Probabilmente proprio come il loro docente.
Poi c'è l'allievo che ha una postura corretta: non è contratto, ma non è neppure molle, è semplicemente pronto. Segue la scena e si vede che potrebbe entrare da un momento all'altro, ma solo se dovesse essercene davvero la necessità. Insomma: è "Il Focalizzato", quello con l'approccio giusto per improvvisare.
Ma prima di queste categorie ce n'è una molto più macroscopica. Quella che fa capire subito se l'insegnante ha lavorato bene oppure no: sono gli allievi che appartengono alla categoria di "Quelli che Parlano tra Loro".
Spesso, guardando attrici e attori fuori scena, mi capita di vederli parlare tra loro per accordarsi su cosa faranno in scena. Questo mi fa capire subito che il loro insegnante ha mancato la cosa più importante durante l'anno/corso/modulo/laboratorio e cioè quello di creare un ambiente sicuro.
Accordarsi su cosa fare in scena è uno scarico d'ansia, è vivere ciò che si sta facendo come una performance (e sì, lo è, ma leggete qui per sapere come la penso su Processo E Performance), è non avere lavorato abbastanza attentamente per rimuovere la paura del Giudizio. Detta in maniera semplice: è non avere raggiunto l'obbiettivo minimo per potersi definire Insegnante di Improvvisazione (e no, non si deve dare la colpa all'allievo per questa mancanza poiché è l'insegnante ad essere incaricato di quel compito ed è per questo che viene retribuito).
Quindi a me basta guardare cosa succede tra gli attori e le attrici fuori scena per vedere se i loro insegnanti sono stati capaci oppure no. Poi, per carità, saranno ottimi docenti di Recitazione o di Dizione o di Mimo o quant'altro, ma NON di Improvvisazione: se la raccontano e ce la raccontano. Magari se avessi bisogno di qualcuno che insegni - che so - Drammaturgia o Scherma Teatrale li chiamerei, ma sicuramente non per insegnare Improvvisazione Teatrale, perché hanno dimostrato di non aver proprio compreso le basi dell'improvvisazione oppure di non aver dato la dovuta importanza a ciò che è essenziale per improvvisare.
PS: se mi irrita vedere allieve e allievi parlare tra loro durante un saggio, immaginate quanto possa essere irritante per me vederlo fare da attori e attrici professionisti! In questo caso, ciò che mi viene da pensare è che - anche se magari improvvisano insieme da decenni - non abbiano ancora imparato a fidarsi pienamente l'uno dell'altro. O magari non si fidano di loro stessi. O, ancora, si sono dati aspettative troppo alte. Fatto sta che quando vedo professionisti che si mettono d'accordo tra loro su cosa fare in scena, provo un senso di disagio. Forse perché dietro tutti quei sorrisi, quelle risate, quell'energia, vedo della sofferenza.
La questione dell'Emancipazione di cui ho parlato nell'ultimo post, mi avvicina a un discorso spinoso: il rapporto tra l'Improvvisazione e la Politica.
In questo e nei prossimi post cercherò di spiegare qual è il mio pensiero al riguardo, cosa si sta facendo e cosa si potrebbe fare e cosa sarebbe meglio evitare.
Questo è un argomento vastissimo, che ha un sacco di sfaccettature e rispetto al quale ognuno ha un'esperienza diversa. Quindi per trattare la questione suddividerò il rapporto tra Improvvisazione e Politica in tre parti.
spettacoli d'improvvisazione politici.
l'uso politico dell'improvvisazione.
l'impatto politico che ha l'improvvisazione.
Chiaramente è difficile stabilire dove finisce un aspetto e dove inizia l'altro perché sono diverse manifestazioni dello stesso fenomeno.
Visto che in questi anni la parola Politica ha acquisito connotazioni negative, come se fosse una cosa da evitare o di cui vergognarsi, prima di proseguire sono necessari due chiarimenti.
Il primo è il significato di Politico.
Il termine "politico" entra nella lingua italiana attorno al'200, quando più o meno inizia l'Età Comunale. Viene dal latino politicus, che a sua volta viene dal greco politikos, che contiene la radice polis, città, ma intesa come prodotto della cultura Classica, prendendo Atene come riferimento. Città sì, ma città-stato.
Da polis viene polites, cittadino, coi suoi diritti e suoi doveri, diverso dallo schiavo e dallo straniero. Da polites, politikos: tutto ciò che appartiene ai cittadini. E poiché la città coincideva con lo Stato, politikos divenne ciò che riguarda lo Stato.
Quindi, in una Democrazia, Politica non dovrebbe essere una brutta parola, ma una delle più alte.
Questo non sarà il primo degli excursus storici: se non si sa da dove si viene si è condannati a vivere in un eterno presente e Politica e Improvvisazione sono quasi da sempre intrecciate tra loro a doppio filo.
Il secondo chiarimento è che
Politico e Partitico sono due parole diverse.
Partitico riguarda partiti e fazioni, Politico riguarda l'insieme dei cittadini e dello Stato. Attenzione perché spesso chi dice che non si deve fare Politica intende dire che non si devono fare discorsi partitici, solitamente di quelli a lui avversi.
In questo e nei successivi post parlerò di Politica, cercando di tenere fuori il più possibile discorsi partitici.
Fatto ciò cominciamo.
SPETTACOLI POLITICI
DI IMPROVVISAZIONE TEATRALE
Questo caso riguarda un qualsiasi spettacolo di improvvisazione - o magari anche una semplice scena - che voglia mandare un messaggio preciso, magari prendendo un tema politico specifico ed esplorandolo attraverso l'improvvisazione. Per fare un esempio, come si fanno spettacoli che hanno come tema l'Amore, l'Amicizia e il Viaggiare possono fare spettacoli incentrati sul Nucleare, sui Migranti, sul Cambiamento Climatico.
Noto che in Italia siamo abbastanza restii a fare entrare tematiche politiche nelle nostre improvvisazioni. C'è una sorta di pudore o forse il timore di esporsi, non so, però mediamente le improvvisazioni a cui assisto sono quasi sempre politicamente corrette anche se talvolta possono prendere una piega di una volgarità allucinante.
Ricordo quando, qualche anno fa, vidi a Sirolo una lunga scena fatta da attori tedeschi che verteva tutta sul tema del dovere di ospitare dei rifugiati. Il giorno dopo chiesi se nei loro spettacoli, a Berlino, fosse frequente questo tema e loro, un po' perplessi, mi risposero che certamente!
Era quello che stava accadendo attorno a loro, come sarebbe stato possibile tenere tutto ciò fuori dall'improvvisazione?
Invece normalmente quello a cui assisto nell'improvvisazione italiana sono sempre situazioni "controllate": c'è una sorta di barriera che, per esempio, ci impedisce di pensare di iniziare una scena in hot-spot per rifugiati o di pensare che i due personaggi in scena possano essere un bracciante e un caporale.
Non dico che siamo costretti a farlo, dico che quegli attori tedeschi, a Sirolo, avevano sicuramente un'opinione diversa dalla nostra su quali argomenti tenere fuori dalle scene e quali trattare.
Forse in Italia i nostri spettacoli sono politici proprio perché tendiamo a non discutere di certi argomenti.
Forse non lo facciamo perché non ci sentiamo all'altezza di commentare certe situazioni, o forse perché pensiamo che si tratti di satira e che non sia possibile improvvisare della buona satira.
O forse perché sentiamo che certe situazioni sono così cariche di tragedie e dolore che preferiamo non avvicinarci per timore di offendere.
Cinque anni fa mi trovai a leggere il post su Facebook di un improvvisatore parigino. Raccontava di come si fosse trovato, assieme ai suoi compagni, ad avere in cartellone un Maestro Theatre proprio il giorno successivo agli attacchi di Parigi del 13 Novembre 2015. Sulle prime avevano pensato di annullare la data, ma poi ci avevano riflettuto su, decidendo che, invece, la risposta giusta era quella di portare in scena quello spettacolo.
All'inizio avevano cercato di tenere fuori dalla scena quello che era appena successo, di ignorarlo, di fare ridere gli spettatori perché non pensassero alla tragedia appena avvenuta e si distraessero. Ma poi, man mano che lo spettacolo andava avanti, la realtà entrò sempre più prepotentemente in ciò che stavano facendo e la serata si concluse, con il suo Maestro proclamato che esibiva tra le lacrime la "banconota- trofeo" mentre tutti - attori, staff e pubblico - piangevano.
Questo post mi colpì molto e mi fece capire che la rimozione di certi argomenti non è risolutiva. Non è che se noi facciamo finta che non esistano determinati problemi quelli si risolvono: forse dovremmo correre qualche rischio in più ed onorare quelle storie, consapevoli che si può ridere di tutto ma non con tutti. E che magari gli spettatori hanno bisogno di vedere certi argomenti portati in scena. Sicuramente non solo quelli, ma anche quelli.
Bisogna dire che gli spettacoli apertamente schierati hanno due enormi limiti:
Il nostro compito è stare nel presente e fare reagire autenticamente i nostri personaggi a ciò che accade loro attorno, non è quello di promuovere un ideale o un partito. Chiaramente ciascuno di noi porta in scena quello che è, le proprie convinzioni e le proprie passioni, ma un conto è portare se stessi altra cosa è fare un comizio politico. Che poi magari gli spettatori erano venuti per distrarsi...
Se si sta nel momento, allora non c'è spazio nella mente per la propaganda, per i comizi. Pensare al comizio mentre si improvvisa è un po' come preoccuparsi del Viaggio Dell'Eroe: ci tiene lontani dallo stare nel momento.
2 - Se vuoi mandare un messaggio scrivi una lettera.
Poche cose mi annoiano come le storie che vogliono mandarmi un messaggio a tutti costi.
Chi viene a vedere l'improvvisazione viene a vederci prendere dei rischi, come ho spiegato qui, non a sorbirsi una lezione non richiesta sulla tutela della foresta pluviale o sulle nozze gay. Se tali tematiche escono spontaneamente, benissimo, esploratele, ma non forzatele perché volete "mandare un messaggio".
David Mamet, nel suo libro I Tre Usi Del Coltello, tuona contro il Dramma a tesi, che definisce meravigliosamente come "il melodramma depurato dell'elemento invenzione".
Noi improvvisatori purtroppo di drammi a tesi ne facciamo un sacco anche quando non vogliamo fare spettacoli politici.
Infatti, sempre secondo Mamet, il dramma a tesi parte da un quesito, tipo "Come si risolve il problema dei maltrattamenti famigliari?" dando allo spettatore la possibilità di vagliare le diverse opzioni per poi far prendere al protagonista la scelta giusta e offrire così allo spettatore la gratificazione di poter dire "L'avevo detto io! Lo sapevo che anche gli omosessuali, i neri, gli ebrei, le donne erano persone. E guarda un po', le mie intuizioni si sono rivelate esatte."
Insomma, sempre secondo Mamet, "Mentre il melodramma offre un po' di angoscia in assenza di pericolo reale, il dramma a tesi offre indignazione."
Quindi alla luce di questi due limiti, come si può usare l'improvvisazione per fare uno spettacolo politico, però rimanendo nel momento, evitando il dramma a tesi ed essendo consapevoli che "Il dramma non ha bisogno di influenzare il comportamento della gente. Esiste uno strumento fantastico e molto, molto efficiente, che fa cambiare atteggiamento alle persone e gli fa vedere il mondo in una maniera nuova. Si chiama pistola." (sempre Mamet)?
Qualche giorno fa ho posto alcune questioni su come insegnare improvvisazione senza catechizzare e su come rendere più attiva quella folla di improvvisatori che definiamo Amatori per sbloccarne il potenziale inespresso.
Tali questioni sono direttamente legate alla natura di com'è organizzata l'improvvisazione in Italia, un'organizzazione che comporta sia vantaggi che svantaggi.
Sicuramente un vantaggio è quello di fornire una formazione, solitamente triennale, che copre a tutto tondo gli aspetti legati all'improvvisazione e questo aspetto non va sottovalutato o sminuito, oltre ad offrire - attraverso raduni, festival e raduni - una vasta e variegata opportunità di ulteriore formazione.
Lo svantaggio è quello di creare orde di attori sì formati, ma ancora legati a doppio filo alla propria scuola: gli Amatori.
A prima vista quella degli Amatori è una situazione win-win.
Le scuole di improvvisazione si garantiscono un bacino di attori che, pur avendo terminato i corsi, continuando a seguire ulteriori corsi, workshop e partecipando a titolo gratuito agli spettacoli, fornisce un contributo sostanziale ai bilanci di tali associazioni. Dall'altra parte, gli Amatori hanno, invece, la possibilità di ricevere formazione a un prezzo calmierato e di partecipare a spettacoli, soddisfacendo così la propria passione senza eccessivo impegno.
Però questa situazione fa anche sì che questi Amatori non percepiscano se stessi come attori formati, ma continuino a vedersi come allievi, come "pulcini bagnati" bisognosi della mamma e incapaci di usare in autonomia le competenze apprese.
Sia chiaro: la Formazione deve essere continua in ogni campo dell'esperienza umana e nessuno può credere di non avere più bisogno di apprendere cose nuove, specialmente nell'Improvvisazione.
Ma il caso degli Amatori è diverso. Qui parliamo di persone che, per esempio, pur avendo ricevuto una formazione continuativa di magari cinque-sei anni, arricchita da stages e laboratori, non si ritiene ancora all'altezza di immaginare un proprio format di improvvisazione o di proporre un workshop ad altri improvvisatori.
Senza dilungarmi troppo, vi rimando a questo interessante post di Davide Scarafile, che magari alcuni di voi già conoscono, e che tratta in maniera approfondita la questione.
Per carità, questa situazione non è limitata al solo mondo dell'improvvisazione, David Mamet nel saggio I Tre Usi Del Coltello punta il dito sugli attori usciti dalle scuole di teatro e a suo parere afflitti dalla stessa sindrome, ma questo è il nostro mondo e a noi tocca intervenire.
David Mamet
Penso che la parola chiave che a tutt'oggi manca all'Improvvisazione italiana e che invece la completerebbe sia emancipazione, cioè la capacità di far uscire le persone da uno stato di sudditanza.
Paradossalmente l'improvvisazione è un potentissimo strumento emancipativo: toglie l'attore dalla schiavitù del testo, l'atto creativo dalla censura, annulla differenze di genere, di età, di cultura.
Solo che il sistema che si è creato negli anni è un sistema che invece di emancipare, tende ad assoggettare, insegnando implicitamente che per improvvisare bisogna essere "bravi" e che gli allievi "bravi" difficilmente lo saranno; ci sono troppe cose da sapere: meccanismi comici, drammaturgia, regia, uso della voce, uso del corpo, eccetera. Ma anche se le padroneggiassero, ci sarebbero ancora quelli "bravi" che volano in cieli più alti dei loro, quindi quello che veramente si impara è che non si è mai pronti. O almeno Tu non sei mai pronto abbastanza.
A questo punto, per ribaltare il tavolo, mi rivolgo al filosofo Jacques Rancière e al suo Il Maestro Ignorante.
Questo è un libro parecchio denso che parla di pedagogia, politica ed emancipazione e che si presta bene ad analizzare le difficoltà di insegnare improvvisazione.
Jacques Rancière
Il libro parte dall'esperienza reale di tale Jacotot che, ai primi dell'800, si trovò a dover insegnare Francese a una classe di olandesi in Olanda senza che lui parlasse il fiammingo e francese i suoi allievi. Disperato, trovò un'edizione bilingue di una rivista, in fiammingo e francese e disse ai suoi allievi di imparare il testo francese servendosi della traduzione.
Con sorpresa scoprì che gli allievi avevano imparato il francese ben oltre le sue aspettative e senza che lui avesse insegnato loro alcunché.
Le molteplici conclusioni che Rancière trae da questa vicenda e dai suoi sviluppi possono tornare utili a noi che insegniamo improvvisazione.
1 - Bisogna rovesciare il sistema della spiegazione.
Spiegare qualcosa a qualcuno significa innanzitutto dimostrargli che non può comprendere da solo. E già questo mette l'allievo in uno stato di inferiorità, mentre è chi spiega ad avere bisogno dell'incapace, non viceversa.
Per esempio quante volte ho visto spiegare come andava fatta la scena, invece di limitarsi ad analizzare quello che era stato fatto? Ho visto anche insegnanti entrare nelle scene dei loro allievi per forzarle ad andare nella direzione che loro ritenevano corretta.
2 - Apprendere e Comprendere sono due cose diverse.
Tutti possiamo apprendere da soli, lo facciamo per esempio quando impariamo a parlare: apprendere è avanzare a tastoni, dando valore alle nostre esperienze. Invece per comprendere abbiamo bisogno di qualcuno che le cose ce le spieghi.
Gli allievi potrebbero semplicemente apprendere l'improvvisazione agendola e imparando da ciò che hanno fatto, ma noi vogliamo che la comprendano.
E per farla comprendere gliela dobbiamo spiegare.
Questo significa che stiamo accettando l'idea che sia l'intelligenza dell'insegnante a permettere la trasmissione di queste conoscenze, adattandole all'intelligenza dell'allievo e andando a verificare che questi abbia ben compreso ciò che ha appreso. Rancière definisce questo come il meccanismo dell'abbrutimento: comprendere che non si comprende se non ci viene spiegato. Attenzione a non credere che il Maestro Abbruttente sia solo quello che a scuola detestavate e che usava metodi ottocenteschi. Spesso è proprio quello che ammirate, quello che si sforza proprio perché le cose le comprendiate.
3 - Apprendere deve diventare un gioco a tre.
Gli studenti di Jacotot avevano appreso senza le sue spiegazioni, ma non senza di lui. Quindi qualcosa aveva insegnato. Non aveva insegnato loro la sua scienza, aveva insegnato "togliendosi di mezzo", lasciandoli da soli a confrontare la propria intelligenza con quella del libro. La volontà dell'insegnante non aveva più fatto coppia con la propria intelligenza, ma con quella del libro. Con quella si erano confrontate le intelligenze e le volontà di apprendere degli allievi. Qui si era rovesciato il paradigma.
Venendo al caso nostro: bisogna superare la visione del "vi faccio fare questo esercizio così capite questo concetto" per passare a un "metto alla prova la vostra capacità con questo esercizio: cosa avete appreso?".
Non c'è bisogno di spiegare le tappe del Viaggio dell'Eroe e poi farlo fare, basta tenere gli attori nel presente mentre fanno la scena e vedere quello che esce. Poi saranno loro stessi i giudici del loro operato, senza dovere cercare l'approvazione del docente per sapere se hanno fatto bene o male.
A noi docenti spetta il compito di proporre gli esercizi e di verificare che gli allievi seguano il comando dell'esercizio, ma non spetta a noi decidere cosa l'allievo abbia appreso o meno dall'esercizio.
Ciò che va verificato è la volontà di apprendere dell'allievo, perché è quella ciò che muove tutto.
L'esercizio diventa così un ponte: unisce allievi e insegnante, ma conserva anche una distanza.
La prima distanza è quella tra docente e allievi: ho già parlato dei rischi di identificare alcuni insegnanti come Guru dai quali abbeverarsi per soddisfare la propria sete di sapere: cos'è questo se non un abbrutimento? Riconoscere che non si è capaci di trovare da soli le risposte, ma che bisogna affidarsi completamente a qualcuno?
L'altra distanza è quella tra l'allievo e il docente.
Se il maestro riconosce che non ha nulla da insegnare riguardo l'esercizio, quest'ultimo mantiene una distanza tra uguali intelligenze. Ciascuna agisce, verifica ciò che fa e fornisce i mezzi per verificare la sua azione. La spiegazione annulla invece questa distanza: uno non può comprendere se l'altro non va da lui a spiegare.
Ma c'è di più.
Quando si spiega si fissa una distanza tra la materia insegnata e l'allievo da istruire ed è il maestro che fissa questa distanza. Qualora questa distanza si riducesse a zero, il maestro non avrebbe più nulla da insegnare. Ma nella logica dell'abbrutimento l'Allievo non ha strumenti per quantificare questa distanza, una cosa così importante rimane appannaggio esclusivo del docente.
E questo in buona parte è ciò che tiene gli Amatori nel loro limbo: non sanno dove stia la padronanza della materia, sanno solo che devono colmare la distanza tra sé stessi e quella padronanza. Avanzano alla cieca cercando di arrivare a quella tartaruga che neppure Achille riuscì a raggiungere.
Chiaro che siano restii a mettersi a rischio: è come se si trovassero in una stanza buia le cui pareti si spostano appena pensano di avere capito dove sono.
Per emancipare gli Amatori bisogna costringerli a usare la propria intelligenza, per capirne le capacità e quindi decidere come usarle. Non è detto che debbano per forza fare sfracelli, ma prendere coscienza che sono loro stessi a determinare l'importanza di quelle pareti nella stanza buia, questo sì.
E per farlo bisogna togliersi di mezzo: non più far comprendere, ma far apprendere. Gli improvvisatori hanno bisogno di Maestri Emancipatori: docenti che insegnino agli allievi che non hanno nulla da insegnare. Che insegnino a non avere bisogno di dipendere da persone che spieghino loro come vanno fatte le cose. Questo non significa che non ci sia bisogno dei docenti, significa che c'è bisogno di docenti che facciano sì che gli allievi apprendano grazie a loro, non attraverso di loro.
I famigerati docenti "cui dare fuoco" di cui scrissi sono la negazione di questi concetti: producono abbrutimento e se ne vantano pure. Al momento in cui scrivo la benzina è a 1,44 euro al litro.
Ovviamente nel libro c'è molto altro, ma penso che per il momento ciò che ho brevemente riassunto sia più che sufficiente. Ora bisogna vedere come questi concetti possono essere messi in pratica.
Vi lascio con ciò che Rancière scrive dell'improvvisazione.
"Improvvisare è, lo sappiamo, uno degli esercizi canonici dell'insegnamento universale. Ma è innanzitutto l'esercizio della virtù primaria della nostra intelligenza: la virtù poetica. L'impossibilità in cui ci troviamo di dire la verità, quand'anche la sentissimo, ci fa parlare da poeti, raccontare le avventure della nostra mente e verificare che esse siano comprese da altri avventurieri, ci fa comunicare il nostro sentire e ce lo fa vedere condiviso da altri esseri senzienti. L'improvvisazione è l'esercizio mercé il quale l'essere umano si conosce e si conferma nella propria natura di essere ragionevole, cioè di animale che "che fabbrica dei vocaboli, delle figure, dei paragoni per raccontare ciò che pensa ai suoi simili". La virtù della nostra intelligenza è meno quella di sapere che quella di fare. Sapere è nulla, fare è tutto."
Dopo tutte le riflessioni fatte finora, è chiaro che non sia possibile affermare "l'improvvisazione teatrale è questo e va fatta così", ma che, essendo un Gioco, ciascuno è libero di giocare come meglio gli aggrada, fino a quando trova persone a cui piaccia giocare con lui e spettatori disposti ad andarlo a vedere.
Se accettiamo questa visione ne consegue che il mondo dell'improvvisazione è organizzato in differenti comunità, più o meno grandi, formati al loro interno da persone unite dalla stessa maniera di giocare a "facciamo che io ero" e ciò che accomuna questi gruppi sono i (pochi) principi condivisi che rendono migliore questa esperienza. Per esempio, si può improvvisare anche dicendo No ad ogni proposta, il Codice Civile non lo vieta, ma ci si diverte di più con Sì E...
A questo punto la sfida è quella di definire cosa faccia di un improvvisatore un "bravo improvvisatore".
Le opinioni su cosa renda un improvvisatore "bravo" sono essenzialmente riconducibili a due macrocategorie: quello che riesce al meglio in quella che la sua comunità di riferimento considera "buona improvvisazione" e quello che riesce a passare con disinvoltura da una di queste comunità all'altra pur non eccellendo in all'interno di nessuna.
Dovendo scegliere, personalmente propendo per la seconda categoria. Penso che per passare con disinvoltura da un ambiente all'altro sia necessario avere interiorizzato i principi comuni a tutti gli improvvisatori ed essere in grado di modularli a seconda delle persone con cui si ha a che fare. Bisogna essere in grado di adattarsi ai nuovi ambienti, ai differenti stili e fare splendere i propri compagni. In altri termini essere capaci di applicare al meglio il Sì E...
Questo tipo di improvvisatore può a prima vista non brillare particolarmente oppure può sembrare che non abbia fatto nulla di "speciale": ci ha divertito, ma non gli abbiamo visto fare nulla di particolare. In realtà la sua dote è la versatilità.
Una delle regole empiriche per riconosce questo tipo di improvvisatore è data dal fatto che vi improvvisare con loro è un piacere.
Non è che con loro di fianco fate bella figura, no: vi divertite proprio! Magari non li avevate mai visti fino a pochi minuti prima, ma in scena con loro vi siete sentiti a vostro agio e avete dato il meglio nello spettacolo.
Il dilemma a questo punto è: come ci si forma per diventare un Bravo Improvvisatore?
Partiamo dalle basi.
Secondo William Perry il rapporto del discente con la materia segue quattro fasi:
Dualismo: le cose sono giuste o sbagliate, corrette o false, senza ambiguità o sfumature. La conoscenza è qualcosa di assoluto, trasmessa loro da un'autorità.
Molteplicità: il discente realizza che le cose non sono così semplici. La conoscenza della materia diventa questione di opinioni e chiunque può avere il proprio punto di vista sull'argomento. Quella del docente diventa una tra le verità possibili. L'allievo a questo punto è più aperto alle opinioni diverse da quella che lui riteneva "corretta" e comincia a diventare "proprietario" del proprio apprendimento.
Relativismo: non tutte le opinioni sono uguali e la conoscenza passa dall'essere una questione quantitativa a diventare una qualitativa. Non è più questione di quante cose trasmette un docente, ma la qualità delle stesse. Il docente diventa, a questo punto, un facilitatore, una guida. Questa è anche una fase frustrante perché gli allievi toccano con mano quanto ogni teoria sia imperfetta, incompleta.
Impegno: i discenti capiscono che devono sposare una visione sulla quale basare le proprie conoscenze e poi perfezionarla. Da un certo punto di vista è un ritorno alla fase del dualismo, ma la scelta in questo caso è ragionata e non dogmatica.
Il momento critico per gli improvvisatori sta nel passaggio dalla fase della Relatività a quella dell'Impegno. Capita troppo facilmente che quella della Relatività diventi una palude dove rifugiarsi per evitare di assumersi la responsabilità che sposare una visione comporta. La maggior parte degli Amatori sono intrappolati in questa fase: l'impressione è quella di non essere mai pronti a sufficienza, di annegare nel mare magnum dell'improvvisazione. Si esce dalle scuole di improvvisazione con un bagaglio triennale, ma si fa fatica a fare lo scatto successivo, quello del cominciare a metterlo in pratica. Si passa così di docente in docente solo per prendere tempo oppure ci si "innamora" di un insegnante di ciò che insegna, della sua visione e questo smette di essere un modello di come rapportarsi ai contenuti per diventare una sorta di guru da seguire in maniera acritica sancendo di fatto un ritorno alla fase del dualismo.
Gli insegnanti dovrebbero prestare attenzione a questa deriva, che è dannosa per tutti. Purtroppo quando parliamo di docenti di improvvisazione parliamo di attori e gli attori sono esibizionisti per definizione. Quindi sono sensibili e vulnerabili ad allievi che pendono dalle loro labbra o che attendono trepidanti le loro performance. Talvolta mi è capitato - e mi capita ancora - di vedere docenti avere attorno a sé vere e proprie corti. Alcuni di questi docenti non facevano nulla di particolare per averle, ma il loro carisma era talmente forte che si creavano spontaneamente, altri invece le creavano e se le coltivavano scientemente, perché solleticavano il proprio ego.
Sempre alla luce delle quattro fasi indicate, partecipare a festival e raduni è essenziale per confrontarsi con insegnamenti, visioni e realtà differenti dalla propria. Ma quando ci si confronta col nuovo, bisogna prestare attenzione.
Da un lato bisogna evitare di restare abbagliati dalle novità, di pensare che tutto ciò che si è appena appreso sia assolutamente meglio di quello che era considerato valido fino a quel momento perché insegnato nella propria scuola.
Il Culto della Novità è una delle piaghe dell'improvvisazione italiana e fa sì che insegnanti e concetti diventino popolari in maniera acritica solo perché nuovi, senza che nessuno si fermi a riflettere sui contenuti di queste novità.
Dall'altro lato bisogna evitare di essere refrattari alle novità, alle innovazioni che vengono insegnate e che, apparentemente, entrano in contraddizione con le proprie certezze. Questo capita spesso agli allievi più inesperti, quelli ancora nella fase del Dualismo: un insegnamento che contraddice quanto detto dai propri insegnanti può venire rifiutato a priori, perché ci si appiglia a quelle poche certezze che si hanno. Però questa refrattarietà può capitare anche con improvvisatori più esperti, che magari tendono a identificarsi con la propria performance. Per costoro mettere in discussione ciò che è la propria visione dell'improvvisazione equivale a mettere in discussione ciò che sono come persone, quindi rifiutano a priori ogni novità che non si trasformi in una loro miglior performance.
Al crescere dell'esperienza, bisognerebbe cercare di apprendere sempre di più dagli insegnanti che stanno in Periferia e meno da quelli che sono nel Centro. Al Centro ci sta ciò che è mainstream, lo standard di riferimento, quello che tutti cercano; è in Periferia che sta il fermento, la novità, l'innovazione, quindi è qui che ci si apre la mente. Fosse solo per dire che non si condivide ciò che sostiene quell'insegnante. Attenzione: non sto dicendo di snobbare gli insegnanti più conosciuti o esperti, sto dicendo di non limitarsi a questi.Se invece il vostro obbiettivo è quello di diventare "bravo" per quelli che sono gli standard di riferimento della vostra comunità, allora andate dagli insegnanti del Centro, perché sono loro quelli che hanno settato quegli standard, quindi perché accontentarsi dei surrogati quando ci si può abbeverare direttamente alla fonte?
Però non si può scaricare tutta la responsabilità dell'essere più o meno "bravi" sulle spalle degli allievi. Prima di accusarli di essere refrattari bisognerebbe attivarsi per ridurre il più possibile gli ostacoli che impediscono agli allievi di realizzarsi pienamente, poi, una volta accertato che è stato fatto il possibile per creare le condizioni ottimali per favorire la loro apertura mentale e la capacità di assumersi delle responsabilità, solo allora si potrà puntare il dito contro di loro.
A mio parere ci sono due questioni urgenti aperte che vanno affrontate al più presto.
La prima riguarda la capacità di essere un bravo insegnante di improvvisazione, capace di trasmettere la sua visione delle cose senza catechizzare, al fine di lasciare agli allievi la dovuta apertura mentale.
La seconda, legata indirettamente alla prima, riguarda l'abilità dell'insegnante di intervenire su quella folla di Amatori piantata nella fase del Relativismo. Questi Amatori rappresentano un enorme potenziale inespresso nel mondo dell'improvvisazione italiana. Se vogliamo far crescere il nostro mondo, dobbiamo trovare la maniera di liberare quelle energie.
Provo
a illustrare meglio i concetti espressi nei vari post scritti finora
facendone una declinazione attraverso il Case Study di un format.
Spero
che chi legge mi perdonerà se uso un format che ho sviluppato io: so
che non è una cosa elegante, ma mi dà il vantaggio di sapere con
precisione il perché di certi meccanismi, quali dinamiche volevo
sollecitare con tali meccanismi, senza contare il fatto di avere
assistito o partecipato a tutte le volte che è stato messo in scena.
Tale
format è Suspects!
Suspects! è
un format sul quale cominciai a ragionare attorno al 2004-2005, per
poi riuscire a metterlo in scena un paio di anni dopo. A quel tempo
il long form in Italia stava ancora muovendo i primi passi, mentre il
mondo dell’improvvisazione, incentrato sul Match d’Improvvisazione
Teatrale, era già entrato in una crisi che da lì a breve avrebbe
creato la galassia di gruppi e format che oggi conosciamo.
Nel
2001 avevo visto ad Amsterdam Dan Goldstein creare una Sit-Com
improvvisata che mi entusiamò pur essendo consapevole che in Italia
ci fosse molto di più del piccolo giardino nel quale ci
trastullavamo pensando che fosse l’intero mondo. Avevo già creato
altri format, ma questa volta volevo puntare in alto, a qualcosa di
veramente diverso, che fosse impensabile che potesse funzionare: un
giallo improvvisato.
Il
prodotto dopo vari tentativi fu accettabile, ma l’esperimento venne
accantonato per vari motivi dopo un paio di repliche ed era già
destinato a venire probabilmente dimenticato quando, attorno al 2012,
Mavi Gianni, che era stata nel gruppo originale di Suspects!e
assieme alla quale lavoravo - e lavoro tuttora - mi propose di
rimetterci mano assieme.
Il
risultato finale è stato che Suspects! è
uno spettacolo che, tra alti e bassi, continua ad andare in scena da
quasi una quindicina di anni e mi ha permesso di fare continue
riflessioni su cosa sia per me l’improvvisazione e cosa sia
importante o meno.
Dopo
questa doverosa premessa cominciamo ad analizzarne i punti salienti.
1
– Il Genere
Il
primo problema era come approcciarsi al genere del “Giallo”.
Una
possibile fonte di ispirazione poteva essere il gioco Cluedo,
ma questo era un gioco che già da ragazzino non mi entusiasmava e
anche adesso lo trovo incentrato su quelli che ritengo essere gli
elementi meno appassionanti di una storia.
In
Cluedo, infatti, sappiamo chi è stato ucciso e dobbiamo scoprire tra
gli indiziati Chiè
stato, Dovee Come.
Questi
sono gli elementi importanti per cominciare a raccontare una storia,
ma a me interessa il Perché:
perché quella persona è stata ammazzata.
Ciò
da cui volevo stare lontano era il “whodunit”,
il classico giallo che è un rompicapo dove bisogna stare attenti al
“dettaglio fuori posto”, a quell’indizio che da solo smaschera
l’assassino. L’improvvisazione è troppo complessa per gestire
questo genere di dinamica senza diventare noiosa; una cosa è
scrivere un copione stile Agatha Christie, altra cosa è
improvvisarlo dal nulla.
2-
Le Relazioni
Una
volta chiarito che l’elemento cruciale del Giallo da creare dovesse
essere il Perché dell’omicidio,
diventava importante mostrare cosa avesse spinto l’assassino ad
uccidere e per mostrare ciò era necessario mettere in secondo piano
la narrazione dei fatti e portare, invece, in primo piano uno dei
motori più importanti dei Perché:
le Relazioni
tra i personaggi.
Spesso
gli improvvisatori concentrano la loro attenzione sulla parte più
superficiale del termine Relazione; per esempio chiedono al pubblico
una relazione per cominciare una scena e pensano che quel “Fratello
e Sorella” suggerito esaurisca il discorso “Relazioni” e quindi
passano a creare una “storia” che abbia a che fare con un
fratello e una sorella.
Per
Relazione tra i personaggi, io intendo la modalità con la quale il
personaggio A reagisce al variare del personaggio B.
Ad
esempio il fratello può essere iperprotettivo verso la sorella, lei
può nutrire sentimenti di rivalsa verso il fratello, possono essere
complici oppure possono passare il loro tempo a farsi dispetti e così
via. Ci sono infiniti modi di essere fratello e sorella, invece
spesso chi fa improvvisazione confonde la Relazione con lo stato
anagrafico dei personaggi.
Invece,
ritengo che l’Improvvisazione eccella nel mettere in scena
relazioni memorabili tra i personaggi. O meglio: lo farebbe se non ci
mettessimo a perdere tempo col volere raccontare una storia.
In
sostanza quello che desideravo era uno spettacolo di improvvisazione
incentrato sulle relazioni tra i personaggi, uno spettacolo che
mostrasse perché una persona fosse arrivata al punto di uccidere
un’altra.
Vari
tentativi sul numero degli attori chiarirono che ci dovevano essere
una vittima e quattro indiziati. Se gli indiziati fossero stati di
meno le relazioni non riuscivano a intrecciarsi tra loro in maniera
soddisfacente, più di quattro, invece, sarebbero stati troppi e le
relazioni, abbiamo riscontrato, tendevano a diventare superficiali. A
questi cinque attori nel ruolo di Vittima e Indiziati se ne
aggiunsero due nel ruolo di Poliziotti: dopotutto senza investigatori
che giallo è?
3
– La Storia
A
questo punto bisognava definire la struttura.
Normalmente
il Giallo si sviluppa a partire dall’omicidio e si segue
l’indagine, dove l’investigatore mette a poco a poco assieme
tutti i pezzi del puzzle fino a quando non è in grado di
identificare l’assassino.
Però
così facendo si rischiava che lo spettacolo diventasse un’enorme
chiacchierata nella quale gli attori cercavano a tentoni la strada
verso la soluzione.
Un’alternativa
poteva essere quella di improvvisare una serie di scene per chiarire
chi fossero i personaggi e che relazioni ci fossero tra loro, per poi
interrompere lo spettacolo verso i tre quarti del suo svolgimento per
chiedere al pubblico chi avrebbe voluto che fosse l’assassino e da
lì andare a concludere lo spettacolo, magari per vedere come sarebbe
stato scoperto.
Tale
situazione però per me non era assolutamente soddisfacente: volevo
un giallo vero, dove l’assassino fosse già stabilito fin
dall’inizio e che il pubblico dovesse indovinare.
Quindi
come fare?
Semplicemente rovesciando
la narrazione: si sarebbe cominciato col ritrovamento del corpo
da parte della polizia e poi si sarebbero ricostruite le quarantotto
ore precedenti alla morte della vittima, partendo dalla mattina, per
poi proseguire fino al momento del delitto. La polizia avrebbe
interrogato i vari indiziati e da ogni interrogatorio sarebbe
scaturita una scena. Così, attraverso la messa in scena dei
flashback, che avrebbero ricostruito la relazione dei vari personaggi
con la vittima, si sarebbe arrivati a costruire la situazione che
aveva portato all’omicidio consumato nella scena conclusiva della
storia. Non bisognava più pensare alla storia, a costruire
un’indagine: quello l’avrebbe fatto il pubblico. Gli
attori dovevano semplicemente esplorare le relazioni tra i loro
personaggi, vedere come si rapportavano gli uni con gli altri,
restando così focalizzati su ciò che avevano in scena in quel
momento, senza preoccuparsi di altro.
L’unico
comando era “trovatevi un movente!”
4
– Il Controllo e le Autorità Narrative
Una
volta stabilita la struttura della narrazione, si trattava di trovare
la maniera di evitare che un qualsiasi singolo attore potesse
incidere in maniera significativa sulla storia. Se nessuno avesse
avuto la possibilità di controllare il risultato, gli attori
avrebbero concentrato i loro sforzi sul fare delle belle scene e non
sul raccontare quella che a loro parere sarebbe stata una “bella
storia”.
Inoltre
quando le responsabilità sono distribuite in maniera omogenea si
hanno meno possibilità che un eventuale sbaglio possa far naufragare
tutto; anche se una singola parte può non essere andata come doveva,
il danno rimane confinato.
Questa
è una consapevolezza importante per gli improvvisatori, che spesso
sopravvalutano la loro importanza nell’economia di uno spettacolo.
Sapere che se si sbaglia ci sono maniere di assorbire il danno e
magari rinforzare la struttura, fa improvvisare più rilassati del
sapere che non si può sbagliare.
Quindi
si trattava di distribuire le Autorità Narrative ovvero chi ha il
diritto di dire cosa.
Come
funziona questa distribuzione in Suspects!?
Il primo
passo è stato quello di togliere agli attori il controllo
su chi sia la vittima, facendola scegliere al pubblico. Il pubblico
decide anche che il mestiere che fa e come è stata uccisa.
Il secondo è
stato quello di sorteggiarein
segretoil
ruolo dell’assassino: tre pietruzze bianche e una nera, chi pesca
la nera è il colpevole, ma nessuno degli altri lo sa fino alla fine
dello spettacolo.
Una
volta stabilito a chi tocca il ruolo della Vittima e del
Colpevole, occorre togliere a quest’ultimo il potere di indirizzare
troppo la storia: a questo ci penseranno i Poliziotti.
A
inizio spettacolo gli indiziati sanno solo se sono colpevoli o
innocenti, sono i Poliziotti a dare nome, cognome, professione al
personaggio che stanno interrogando e a metterlo in relazione con la
vittima durante il primo interrogatorio.
Non
solo: i Poliziotti hanno anche il compito impostare la scena
affermando, per esempio, che sanno che il giorno prima l’Indiziato
era a pranzo fuori con la Vittima. A questo punto la Vittima entra in
scena e improvvisa la scena del pranzo con l’Indiziato. Quando
sente che la scena è esaurita uno dei due Poliziotti entra chiamando
un altro indiziato per un nuovo interrogatorio e così via. I
Poliziotti non sono coinvolti attivamente nelle scene, quindi da
fuori possono vedere le potenzialità di sviluppo della narrazione e
indirizzarla di conseguenza.
Anche
il potere dei Poliziotti va contenuto, quindi non hanno la
facoltà di stabilire di cosa dovranno parlare i personaggi o
cosa accadrà in scena, ma dovranno solo impostarla. In aggiunta sono
posizionati ai due estremi del palco, si alternano a fare gli
interrogatori e tra loro non possono comunicare.
C’è
anche un altro elemento che toglie controllo e ridistribuisce le
Autorità Narrative: i costumi.
I
cinque attori che faranno Vittima, Colpevole e Indiziati sanno che
dovranno andare in scena con dei costumi che possano ispirare i
Poliziotti a dare loro un personaggio. I costumi infatti hanno il
solo scopo di suggerire una tipologia di persona e ai Poliziotti
spetta il compito di definirla.
Ad
esempio un completo giacca doppiopetto e cravatta potrebbe suggerire
una tipologia di personaggio potente, ma se sarà un banchiere, un
avvocato, un politico o un mafioso lo decide il Poliziotto che fa il
primo interrogatorio.
Quindi
ricapitolando:
Gli
attori suggeriscono che tipo di personaggio vogliono impersonare, ma
sono i Poliziotti a deciderlo.
Il
pubblico decide la Vittima, che mestiere fa e come è stata uccisa.
La
Sorte decide chi è il colpevole.
I
Poliziotti impostano le scene e tengono il polso della scansione
temporale, ma i contenuti di queste scene li decidono gli attori.
Questo
perché Suspects!è
una co-creazione: a tutti i partecipanti spetta il merito di ciò che
verrà fatto, nessuno deve essere posto in una posizione di secondo
piano né di eccessiva responsabilità o visibilità.
5
– Il Gioco
Suspects!racconta
cosa ha portato a un omicidio e chiede al pubblico di indovinare chi
lo ha commesso.
Le
scene guidate dagli interrogatori si fermano poco prima
dell’omicidio. A quel punto gli indiziati si dispongono sul palco,
gli spettatori devono indicare chi pensano sia il Colpevole e quindi
Colpevole e Vittima hanno una scena aggiuntiva dove mostrano come si
è svolto l’omicidio.
Ma
non è finita.
Dopo
la scena dell’omicidio occorre sapere se il pubblico ha indovinato
o meno, perciò si dà spazio al momento in cui gli indiziati
mostrano la propria pietra e viene svelato il Colpevole che tiene un
monologo finale a conclusione dello spettacolo.
Quindi Suspects!è
sia uno spettacolo di improvvisazione che un gioco: uno spettacolo
improvvisato che sfida il pubblico a indovinare chi ha commesso un
omicidio.
Però Suspects!è
anche un Gioco con la G maiuscola, un “facciamo che io ero” che
riguarda solo gli improvvisatori.
Partiamo
dai costumi:
ogni attore è libero di scegliersi il costume con cui giocare, un
qualcosa che lo ispiri. Questo non viene deciso prima, non ci si
accorda sui costumi: ciascuno indossa ciò che preferisce. Dal punto
di vista teatrale lasciare agli attori la libertà di decidere come
vestirsi per una determinata serata o deciderlo prima non cambia
niente, cambia tanto invece dal punto di vista del giocare. È un
provocarsi a vicenda: io attore provoco te Poliziotto a darmi un
certo tipo di personaggio, ma allo stesso tempo voglio essere
sorpreso dalla tua scelta. Prima dello spettacolo, quando si vedono i
rispettivi costumi, si creano delle aspettative, che poi possono
venire confermate o disattese (“è il suo bello!” dicono alcuni
attori).
Poi
c’è la tensione del giocare
per scoprire cosa succede.
Nel caso di Suspects! si
vuole sapere chi è l’assassino, ma questo “giocare per scoprire
cosa succede” è il tratto comune a tutta la bella improvvisazione:
sì c’è il pubblico, ok, ma IO voglio
sapere cosa accade, è per questo che sono qui ora.
C’è
il gioco del “io so
qualcosa che voi ignorate”che
si gode solo chi ha pescato la pietruzza nera. Per lei o lui è come
giocare all’Amico Del Giaguaro: non può palesarsi, ma non può
neppure giocare come tutti gli altri. Fare il Colpevole a Suspects!è
un po’ come farsi un corso accelerato per creare sfumature nei
personaggi.
A
riprova che Suspects! è
un “facciamo che io ero” per adulti c’è quello che noi
chiamiamo “l’Effetto Suspects”.
Cioè il fatto che nei giorni successivi la testa dei partecipanti
(non solo la mia: ho chiesto anche agli altri) continua a tornare
allo spettacolo, a ciò che è emerso dalla storia mentre si stava
improvvisando, nel tentativo di spiegare le relazioni nate tra i
personaggi, ordinandole in rapporti causa-effetto a posteriori o
ripensando a ciò che un personaggio ha fatto o detto in una scena.
Cioè, l’impatto di ciò che è stato improvvisato è così forte
che la testa di chi ha partecipato continua ad elaborarlo anche nei
giorni successivi.
Addirittura,
a distanza di mesi da una messa in scena di Suspects!io
e un’attrice continuiamo a sentire la mancanza di una scena tra i
nostri rispettivi personaggi che noi sentivamo necessaria e che non è
stata chiamata dai Poliziotti. Non è ego ferito, è un senso di
perdita, dell’essersi persi qualcosa di memorabile, come quando i
genitori venivano a prenderti prima del previsto e si era costretti a
lasciare in anticipo un gioco che sentivamo essere epico. I nostri
due personaggi erano la “razza padrona” di quella situazione e
tra di loro non è stata chiamata dai Poliziotti neppure una scena.
Lei ed io continuiamo a dire che il pubblico avrebbe voluto vedere
quella scena (vi
dice qualcosa?), ma la verità è che volevamo farla noi per il
puro gusto di giocare!
Ora
io sono sicuro che ciascuno di voi che leggete avete momenti simili o
li avete avuti relativamente ai vostri spettacoli. Non è il solito
“se avessi fatto” o “ se avessi detto” tipico degli
improvvisatori che vogliono che le cose fossero andate come volevano
loro, è il rimpianto per un momento di grazia negato. E questo
sentimento lo danno il Gioco e l’Improvvisazione.
6
- La Serietà
Suspects! è
un gioco e per questo è serissimo.
Visto
che si parla comunque di qualcuno che è morto bisogna affrontare
l’argomento con rispetto. Gli indiziati devono trovarsi nella
situazione in cui la disperazione è tale che un omicidio diventa
un’opzione da valutare. Allo stesso tempo la Vittima deve spingere
al massimo le situazioni affinché gli altri trovino la forza di
ucciderlo; dopotutto che morirà lo si sa fin dall’inizio, quindi
perché trattenersi? Se deve morire che almeno sia per un motivo
valido!
I
momenti di alleggerimento spettano ai Poliziotti, a loro tocca
portare personaggi sopra le righe per far rifiatare un po’ lo
spettacolo se prende una piega troppo cupa. Con la loro leggerezza i
Poliziotti permettono a tutti gli altri di affondare il colpo nelle
scene.
Questo
però non vuole dire che le scene debbano per forza essere “serie”:
non lo sono quasi mai. Suspects!vuole
essere un giallo brillante, dal quale il pubblico esca soddisfatto e
alleggerito, non con ancora più pensieri di quando è entrato.
Brillante, ma non sciocco.
Conclusioni
Spero
che questa carrellata su Suspects! possa mostrare meglio come nel
pensare uno spettacolo di improvvisazione entrino in gioco molteplici
aspetti.
La
struttura di Suspects! è molto più complicata da descrivere che da
farsi e vuole rispondere a un semplice problema: come
tenere gli attori nel Processo e
allo stesso tempo raccontare una storia.
La
via scelta è stata quella di distribuire le autorità narrative in
maniera tale che nessuno possa decidere autonomamente dove andrà la
storia. Ogni attrice e ogni attore sono coinvolti per pochi minuti
alla volta con obbiettivi chiari e raggiungibili in scena. Non devono
raccontare chissà quale storia, solo reagire onestamente a ciò che
accade. Però col proseguire dello spettacolo prosegue, gli attori
acquisiscono informazioni sui loro personaggi, sulle loro motivazioni
e sulla rete di relazioni che li circonda e imprigiona e questo
permette loro una sempre maggiore duttilità in scena mentre la
situazione precipita sempre di più. Solo
quando si è arrivati alle battute finali ci si può voltare indietro
e vedere la storia che si è costruita assieme.
Questo
è il senso di parlare di "raccontare una storia"
nell'improvvisazione: partire da niente, stare nel Processo e poter
scoprire solo al termine quale storia è stata consegnata al
pubblico.
Suspects! a
me ha donato un'ulteriore epifania sull'improvvisazione.
È il
senso di compiutezza degli attori al termine che stabilisce quanto
uno spettacolo è andato bene. Quella sensazione di avere
partecipato a qualcosa di epico, di avere creato qualcosa assieme ai
propri compagni, di comunione con essi; quello che poco sopra ho
chiamato "Effetto Suspects!".
Da uno spettacolo di improvvisazione riuscito se ne esce sempre
differenti da come ci si è entrati, altrimenti non è uno spettacolo
riuscito.
Suspects!non
è lo Spettacolo Definitivo, quello che definisce un nuovo standard
dell’Improvvisazione. È uno spettacolo tra i tanti che vengono
messi in scena in giro per il Mondo. Però è lo spettacolo a cui noi
siamo affezionati perché ci ha regalato tantissime epifanie in
scena, tanti personaggi memorabili e numerosi momenti di puro
divertimento.
Quello
che mi sorprende ancora è quanto il suo design sia funzionale al
risultato che volevo ottenere e quanto robusto sia tale design.
Molte
scelte furono fatte ad istinto, altre acquisirono un senso dopo anni,
altre ancora sono state eliminate perché non soddisfacevano ciò che
Mavi ed io volevamo fosse Suspects!.
Continuiamo
a lavorarci, a sperimentare, a introdurre piccole modifiche per
vedere cosa succede. Noi cresciamo e lo spettacolo cresce con noi,
aggiornandosi costantemente con le nostre scoperte: il lavoro
su Suspects! non
è mai terminato, solo a volte sospeso per un po’.
Sono
sicuro che ognuno di voi che legge ha il suo Suspects!,
lo spettacolo che riflette la sua visione dell’Improvvisazione
Teatrale.