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martedì 20 giugno 2023

Il minimo sindacale

 




Quando iniziai a scrivere qui mi ripromisi che avrei scritto soltanto se avessi avuto qualcosa di intelligente da dire e non per generare traffico a caso, quindi se per quasi due anni non ho scritto è stato perché non avevo nulla da dire.

Cosa mi ha svegliato dal letargo, allora?

Nel periodo dove non ho scritto ho, però, sperimentato tanto e osservato ancor di più. 

Ho avuto la fortuna di partecipare a raduni di improvvisazione, a festival internazionali, di assistere a saggi di allievi miei e di insegnanti che conosco a malapena, insomma: ho fatto il mio e ho guardato tanto.

E in questo mio guardare ho trovato due cose che ritengo abbastanza intelligenti da sottolineare e riportare qui. Ce ne sono anche altre, ma preferisco prendermi il tempo di verificarle.

Partiamo dalla prima, la più facile.

Come stabilisco se un docente di improvvisazione ha raggiunto almeno il minimo sindacale nel suo lavoro?

Rispondere a questa domanda è sempre stato un mio cruccio.

Quello dell'improvvisazione è un regno dove chiunque può insegnare e, ahimè, in troppi lo fanno. Non c'è un Albo Professionale o un Esame Di Stato da superare, quindi chiunque abbia partecipato ad un workshop di un fine settimana può insegnare e autoproclamarsi Insegnante d'Improvvisazione.

Però ci sono anche i docenti capaci, quelli che invece hanno riflettuto a lungo su ciò che insegnano, che sono riconosciuti a ragione come bravi insegnanti, non solo perché hanno un sorriso smagliante e hanno saputo inserirsi in un circuito dove gli insegnanti si chiamano a vicenda a tenere dei workshop nelle rispettive scuole (Marcellus Vega in Pulp Fiction usa al riguardo una colorita espressione che qui è meglio non ripetere).



Maggio-Giugno è il periodo dove tutte le scuole di improvvisazione di ogni ordine e grado mettono in scena i saggi di fine corso e, in più, ci sono un sacco di raduni di improvvisazioni molti di questi saggi vengono filmati e distribuiti sul web. Quindi, come distinguere a colpo d'occhio, se il docente di quelli che sono in scena è capace oppure è un cane?

Io, al netto delle varie opinioni su cosa debba essere l'Improvvisazione, col tempo ho imparato ad osservare attentamente attrici e attori fuori scena. Quello, il "fuori scena", è il momento che accomuna tutti: bravi, cani, belli, brutti, alti, bassi, donne, uomini, nord, sud, Adriatico, Tirreno, Ionio, tutti. Una volta entrati in scena emergeranno le diverse visioni, ma prima di entrare in scena siamo tutti uguali. 

Forse.

Penso che guardare come si sta fuori scena permetta una diagnostica precisa su cosa l'insegnante ha veramente trasmesso al gruppo: si può fingere di essere altro da se stessi per un po', ma nell'arco di uno spettacolo è il "non verbale" a mostrare ciò che noi siamo; ciò che veramente proviamo e a rivelare come l'insegnante abbia formato i propri allievi.


Ci sono "Gli Ansiosi", allievi e allieve che fuori scena hanno il fisico  contratto, sono tesi, tirati nei sorrisi. Sono essenzialmente preoccupati della loro performance, del non fare brutta figura, del non mandare "in vacca" lo spettacolo, del non guastare la scena dei compagni. 

Appartengono alla categoria delle allieve ed allievi affidati ad "insegnanti cani", i quali durante le lezioni sono troppo occupati a seguire la propria tabella di marcia per accorgersi dell'ansia che divora i propri allievi. Però sono gli stessi che insegnano le cose fighe, no? 

Tranquilli: se voi siete così divorati dall'ansia, probabilmente la colpa è vostra e "l'improvvisazione non fa per voi". Ho incontrato giusto una decina di giorni fa un paio di (ex)allieve di alcuni miei colleghi che avevano lasciato l'improvvisazione per questo motivo e nei loro confronti fu usata proprio quella formula. A voi lascio immaginare il disagio lasciato da cotanta supponenza da parte dei loro insegnanti.

All'estremo opposto ci sono "I Fighi", allievi con l'aria di chi la sa lunga, quelli che pensano di averne viste così tante che non li sorprende più nulla. Quelli che entreranno in scena solo se possono fare bella figura in compagnia dei loro amici, altrimenti non si macchiano il curriculum. Sono quelli troppo rilassati, quelli che a lezione non sono mai stati spinti fuori dalla propria zona di comfort, quelli troppo simili al loro insegnante perché questi non si accorga che non sono bravi improvvisatori, ma, in fin dei conti, solo dei gran paraculi. Probabilmente proprio come il loro docente.

Poi c'è l'allievo che ha una postura corretta: non è contratto, ma non è neppure molle, è semplicemente pronto. Segue la scena e si vede che potrebbe entrare da un momento all'altro, ma solo se dovesse essercene davvero la necessità. Insomma: è "Il Focalizzato", quello con l'approccio giusto per improvvisare.

Ma prima di queste categorie ce n'è una molto più macroscopica. Quella che fa capire subito se l'insegnante ha lavorato bene oppure no: sono gli allievi che appartengono alla categoria di "Quelli che Parlano tra Loro".

Spesso, guardando attrici e attori fuori scena, mi capita di vederli parlare tra loro per accordarsi su cosa faranno in scena. Questo mi fa capire subito che il loro insegnante ha mancato la cosa più importante durante l'anno/corso/modulo/laboratorio e cioè quello di creare un ambiente sicuro. 

Accordarsi su cosa fare in scena è uno scarico d'ansia, è vivere ciò che si sta facendo come una performance (e sì, lo è, ma leggete qui per sapere come la penso su Processo E Performance), è non avere lavorato abbastanza attentamente per rimuovere la paura del Giudizio. Detta in maniera semplice: è non avere raggiunto l'obbiettivo minimo per potersi definire Insegnante di Improvvisazione (e no, non si deve dare la colpa all'allievo per questa mancanza poiché è l'insegnante ad essere incaricato di quel compito ed è per questo che viene retribuito).

Quindi a me basta guardare cosa succede tra gli attori e le attrici fuori scena per vedere se i loro insegnanti sono stati capaci oppure no. Poi, per carità, saranno ottimi docenti di Recitazione o di Dizione o di Mimo o quant'altro, ma NON di Improvvisazione: se la raccontano e ce la raccontano. Magari se avessi bisogno di qualcuno che insegni - che so - Drammaturgia o Scherma Teatrale li chiamerei, ma sicuramente non per insegnare Improvvisazione Teatrale, perché hanno dimostrato di non aver proprio compreso le basi dell'improvvisazione oppure di non aver dato la dovuta importanza a ciò che è essenziale per improvvisare.

PS: se mi irrita vedere allieve e allievi parlare tra loro durante un saggio, immaginate quanto possa essere irritante per me vederlo fare da attori e attrici professionisti! In questo caso, ciò che mi viene da pensare è che - anche se magari improvvisano insieme da decenni - non abbiano ancora imparato a fidarsi pienamente l'uno dell'altro. O magari non si fidano di loro stessi. O, ancora, si sono dati aspettative troppo alte. Fatto sta che quando vedo professionisti che si mettono d'accordo tra loro su cosa fare in scena, provo un senso di disagio. Forse perché dietro tutti quei sorrisi, quelle risate, quell'energia, vedo della sofferenza. 

E invece vorrei vedere della gioia.


mercoledì 18 agosto 2021

Meglio Un Giorno Da Antifragile Che Cento Da Resiliente

 



Tre ragazze sono in scena. Stanno improvvisando delle scene partendo da frammenti di copione che sono stati dati loro a inizio spettacolo. Hanno costumi di scena che caratterizzano i personaggi e i tagli delle luci rendono la scena "teatrale". Armeggiano con una valigia, vera, il cui contenuto dovrebbe dare una svolta alla scena. Ma la valigia si inceppa. La Realtà è entrata prepotente in scena e sta dettando le sue regole.
Le tre non si scompongono, armeggiano un poco e dopo pochi secondi la valigia si apre e la scena può proseguire.

Altro spettacolo, questa volta è un musical. All'inizio dello spettacolo gli attori hanno chiesto dove si svolgerà l'azione ed è stata scelta una discoteca. Trattandosi di un musical luci, musiche e balli spadroneggiano. Il momento è drammatico: il vecchio barman, anima della discoteca, ha deciso di andarsene perché la Direzione non ha rispetto per le sue richieste di avere qualche giorno di riposo e il resto del personale sta decidendo cosa fare. Dalle quinte entra in scena uno spacciatore. Il pubblico ride - che discoteca è senza uno spacciatore, no? - nessuno se lo fuma e quindi lo spacciatore esce. Lo rivedremo solo nel balletto finale.

Altro spettacolo, un uomo tiene due ragazze in ostaggio. Le luci di taglio ci fanno capire che in questa scena non dobbiamo aspettarci l'intervento delle Teste Di Cuoio per liberare gli ostaggi, ma un sacco di dialoghi e di introspezione.
La scena prosegue con dei tempi che pare un film commissionato dalla CIA a Theo Angelopoulos per fare parlare i detenuti di Guantanamo senza finire sotto inchiesta di Amnesty International. Tra la domanda di uno e la risposta dell'altro nei fondali marini si deposita un millimetro di quello che diventerà un calcare a foraminiferi. Mentre i miei testicoli stanno contattando il loro avvocato per inviarmi una diffida, l'attore che sta tenendo in ostaggio le due ragazze (e tutti noi) si getta a terra. Il palcoscenico fa da cassa di risonanza e ne esce un tonfo fortissimo che fa sussultare tutti, attrici e tecnico luci compresi. Subito segue un applauso che altro non è che una reazione istintiva e liberatoria allo spavento: tutti ci eravamo assopiti. Per un attimo spero che grazie a quella reazione inaspettata i tempi teatrali passino almeno da Lo Sguardo Di Ulisse di Angelopoulos al Solaris di Tarkovskij, ma ogni speranza è vana: nessuno in scena sfrutta quella improvvisa e inaspettata reazione per dare una svolta alla scena e la noia riprende fino a un termine che non arriverà mai abbastanza presto.


L'Antifragilità è un concetto coniato da Nassim Nicholas Taleb e definisce un sistema che quando riceve un urto diventa più resistente. Questo concetto si affianca a quello di Resilienza, che definisce la capacità di un sistema di modificare il proprio funzionamento dopo aver subito un danno e di continuare ad operare.

Quello di Resilienza è un concetto che ha cominciato a diventare di moda all'inizio del nuovo millennio e ora è addirittura entrato nel titolo che il Governo ha dato ai suoi interventi, facendoci capire che ormai non può essere abusato ulteriormente.

Un esempio di Resilienza può essere l'inserimento di una ridondanza nei sistemi di sicurezza di una centrale nucleare: se uno dovesse guastarsi ce n'è un altro pronto ad operare al suo posto. Il sistema si riconfigura per continuare ad operare. Un esempio meno prosaico può essere la chiusura di un ufficio o dipartimento di un ente o azienda e la ridistribuzione dei compiti tra gli uffici rimasti: il sistema si è riconfigurato per continuare a funzionare. 

L'Antifragilità è più recente, visto che Taleb lo introduce solo nel 2012. Per capire cosa sia questa Antifragilità basta pensare al Titanic: quel disastro ha salvato più vite umane di quante ne abbia mietute, perché grazie a quel disastro si sono introdotte nella navigazione norme di sicurezza e procedure standard di soccorso prima ignote; un esempio su tutti? Avere più posti sulle scialuppe di salvataggio di quante persone ci siano a bordo; può sembrare banale, ma fino ad allora non era previsto che ci dovessero essere posti per tutti.
Altro esempio di sistema antifragile è il trasporto aereo: ogni disastro viene studiato nei minimi dettagli e i risultati condivisi, così che si possa impedire al disastro di ripetersi una seconda volta. Questo approccio ha fatto sì che partendo da delle carrette volanti in meno di un secolo l'aereo sia il mezzo di trasporto più sicuro.

La Resilienza ha trovato nell'improvvisazione teatrale un habitat favorevole dove diffondersi e prosperare, al punto che l'improvvisazione viene spesso portata come esempio di Resilienza. Chi fa improvvisazione è infatti formato a mandare avanti le scene nonostante imprevisti, errori, fraintendimenti grazie alla formazione ricevuta che gli permette di gestire quell'incertezza.
Peccato che se si gratta la superfice questa Resilienza, per chi fa improvvisazione, sia come il vaiolo per gli Indiani d'America: quelli che non vengono sterminati finiscono soggiogati.

I tre esempi che ho portato in apertura sono esempi di Resilienza nell'improvvisazione: le scene sono andate avanti nonostante oggetti di scena che non funzionavano a dovere, entrate a sorpresa, rumori forti inaspettati, ma non ne sono uscite rinforzate. Quegli imprevisti non sono stati usati per rendere la scena migliore (qualunque significato si dia al termine "migliore").

Ho descritto solo tre casi, ma ne potrei portare a decine e chiunque, fermandosi un attimo a riflettere, può aggiungerne altri.

Era Improvvisazione questa, oppure quando parliamo di Improvvisazione intendiamo cose diverse?
Quelle attrici e quegli attori erano veramente presenti su quel palco o stavano mettendo in scena qualcosa di già scritto da qualche parte nelle loro teste?

Quello che penso è che i corsi di improvvisazione prendano persone che sono nel sistema Fragile, le portino nell'Antifragilità per poi prendersi paura e spostarle nel Resiliente.

Le persone che vengono alla prima lezione sono terrorizzate, lo sappiamo. Terrorizzate e affascinate. L'Improvvisazione le affascina quanto basta per superare la paura che impedisce loro di attraversare la soglia dell'aula, ma poi il terrore resta e siamo noi docenti a guidarli in quel volo planato che è l'improvvisazione. Insegniamo loro a lanciarsi senza rete, poi li portiamo a fare surf con la tavola della loro creatività sull'onda del loro terrore, mostrando loro che l'onda può travolgerli, ma non sconfiggerli. Che col solo accettare e rilanciare, valorizzando così le proposte dei nostri compagni, si possono creare mondi. E mettete a tacere il vostro giudice interiore, cribbio!

Poi all'improvviso la musica cambia e quell'insegnante che sembrava Robin Williams ne L'Attimo Fuggente diventa la Signorina Rottenmeier di Heidi e assieme alle caprette anche un po' di compagni di corso ti fanno ciao.

Noi facciamo Teatro, mica cazzi, e allora per fare Teatro devi imparare a costruire una storia, devi imparare la Drammaturgia (e poco conta se di Drammaturgia il tuo insegnante non ci ha capito nulla, lui è L'INSEGNANTE e tu sei nata paperina che cosa ci vuoi far?).
Devi imparare che ci sono Shakespeare, Pirandello, Beckett, Molière più un sacco di loro amici. E che c'è pure gente che si è studiata stronzate come i famigerati Games per sapere in ogni istante cosa fare per tirarne fuori il meglio. C'è chi ti dice che non devi ridere in scena, che non puoi entrare a cazzo per vedere cosa succede, che il pubblico vuole vedere una storia e che c'è quella boiata che è il Viaggio Dell'Eroe.
Che devi fare bene.

E mi raccomando: divertiamoci. 

La libertà, il sense of wonder delle prime lezioni di lezioni, quella propensione a rischiare se ne sono andate e al loro posto sono arrivate la Tecnica e le strategie per fare delle belle scene.

Che le scene degli inizi fossero sporche, ma vere, non interessa a nessuno, improvvisare adesso è diventato un esercizio di calligrafia: non è importante ciò che scrivi, ma che tu lo scriva bene.

Citando, volutamente a sproposito, il Chaplin de Il Grande Dittatore: "abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l'abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza".  
 


Dice Keith Johnstone che il palcoscenico è un luogo che mette paura e per affrontarlo possiamo o ispessire la corazza o rimuovere la paura.

Ispessire la corazza è lavorare sulla Resilienza, rimuovere la Paura è lavorare sull'Antifragilità.

Negli esempi che ho portato in apertura non si può fare una colpa alle attrici e agli attori per non avere colto ciò che accadeva e non averlo sfruttato per aprire le improvvisazioni a scenari inattesi. Se anni di formazione e dottrina dell'improvvisazione t'insegnano che improvvisare è scrivere la storia che da A ti porterà a B, l'imprevisto è un dosso rallentatore lungo la strada che da A ti porta a B. E se quando prendi il dosso finisci fuori strada e spacchi il semiasse la colpa è sempre la tua che stavi al volante, mai di chi non ti ha insegnato che puoi proseguire a piedi ed esplorare i dintorni per scoprire cose nuove. 

- Ma allora, Paolo, stai dicendo che posso entrare a cazzo in scena e fare quello che mi pare?

No, sto dicendo che se non ti viene permesso di entrare in scena a cazzo tu non imparerai mai a non farlo e i tuoi compagni non impareranno mai a sfruttare le tue entrate a cazzo per aprire porte inaspettate verso mondi a sorpresa. Ogni volta o verrai ignorato o le scene deraglieranno, perché la vostra preparazione non è orientata a darvi quegli strumenti che vi mettono in condizione di scoprire ogni volta quanto veramente sia profonda la tana del Bianconiglio, ma a farvi fare scene belle esteticamente, con personaggi belli e che raccontano storie belle delle quali - però - non frega niente a nessuno.
Il primo anno si facevano un sacco di begli esercizi sul pensiero divergente, peccato poi che dopo la pausa estiva l'allievo scopre che improvvisare è conformarsi.

L'"entrata a cazzo" di un attore pone chi è in scena davanti a una scelta.
  • Può essere Fragile, balbettare qualcosa mentre la scena naufraga per poi andare in un angolo a piangere e arrabbiarsi con il compagno brutto e cattivo che ha rovinato la scena che era tanto bella.
  • Può essere Resiliente e fare proseguire la scena facendo finta che quell'entrata non ci sia mai stata o normalizzarla all'interno della storia che si stava già raccontando (maledicendo silenziosamente il nostro compagno per la sua entrata).
  • Oppure può essere Antifragile e fare ciò che l'Improvvisazione promette di fare e mantiene poco: valorizzare il compagno, fare quel Sì E... di cui ci riempiamo la bocca, usare la nostra Creatività e vedere cosa accadrà. Probabilmente ci schianteremo, ma lo faremo col sorriso sulle labbra e rideremo con quello che è entrato a portarci quel momento di piacevole delirio. E visto che non siamo stati a rimuginare e rosicare, avremo avuto anche l'opportunità di imparare qualcosa da quella scena.

La tragedia dell'Improvvisazione Teatrale è proprio questa: se è vero che anche il tizio che suona al campanello per vendervi Lotta Comunista è in grado di dirvi perché una scena è andata male, sono pochi quelli che sono in grado di dirvi perché una scena sia andata bene.
Questo perché per farlo bisogna liberarsi di tutte le sovrastrutture che nascondono l'Improvvisazione, altrimenti si guarda a quelle e non al nocciolo di ciò che è accaduto in scena.

Focalizzandosi invece su ciò che va male si vanno solo a coprire i punti deboli della corazza, perdendo di vista chi sta dentro quell'armatura.

l'Improvvisazione "Resiliente" se ne sbatte di chi sta dentro la corazza: quella è standard e si sa che funziona, se con te ci sono dei problemi, la colpa è tua perché "con tutti gli altri funziona". E poco importa se dentro quella fila di armature lucenti ci sta una sfilza di persone terrorizzate: quelli che cadono evidentemente non erano tagliati per l'Improvvisazione.

L'Improvvisazione "Antifragile" invece, parte da chi deve andare sul palco, sforzandosi di metterlo in condizione di farsi apprezzare per la sua unicità invece che per quanto riesce a conformarsi. Ciascun improvvisatore deve mettere da parte il proprio ego e la propria voglia di fare bene a favore del valorizzare i compagni, dello stare nel momento e dell'essere in grado di fare prendere alla scena svolte inaspettate, solo perché si sa che non può essere ignorato quello che sta accadendo in quel momento.
Fare questo è faticoso, a volte doloroso. Si tratta di fallire, imparare la lezione e ritentare, sapendo che ogni scena presenterà un problema che non si è preparati ad affrontare. Si tratta di mettere gli improvvisatori in condizione di andare in scena senza musiche e con un piazzato bianco perché apprendano concetti profondi che li renderanno inarrestabili una volta che accederanno a spettacoli con luci e musiche. Si tratta di vedere l'improvvisazione come un Processo e non come una Performance (ehi, guarda chi si rivede!); un Processo è qualcosa che si migliora ogni volta, una Performance la si cristallizza una volta ottenuto il risultato voluto.

L'Antifragilità ci permette di vedere dei momenti di Verità, magari con la barba non fatta e le mani sporche di grasso, direttamente dalla corteccia prefontale degli improvvisatori al loro  pubblico.
La Resilienza invece ci fa vedere l'eleganza vuota, la messa in scena di un già visto. La spettacolarità di un concerto dei Pink Floyd senza però i Pink Floyd a suonare.

Sia chiaro: nessuno è obbligato a sposare l'Antifragilità. Ma onestà vuole che quando la Resilienza dei propri allievi non basta si dica loro: "Scusatemi, non siete voi che non siete capaci, ma sono io che vi ho mandato in scena con un'armatura di cartone dicendovi che era una chobham."

Pink Floyd a Venezia.
Io c'ero.


P.S. - leggendo il testo si può avere l'impressione che io detesti i tagli di luce. è vero, li detesto. Solo gli improvvisatori più antifragili dovrebbero poter avere accesso a queste luci. I tagli sono come la panna in cucina: sono pochi i piatti che ne hanno veramente bisogno, solitamente la si usa per coprire la scarsa qualità degli ingredienti o che il piatto è venuto una schifezza.

giovedì 23 luglio 2020

Sì Ma... per esperti II - Categorie





Il Sì Ma... permette a chi fa improvvisazione di andare in scena e portare a casa dei risultati senza farsi coinvolgere da ciò che accade, senza mettersi a rischio e allo stesso tempo dando a tutti, compagni e spettatori, l'illusione di stare veramente improvvisando.

Questa maniera di intendere l'Improvvisazione in Italia è diffusa punto che intere fortune sono state costruite sul restare estranei a ciò che accade in scena, dando l'idea che invece ci si stia mettendo in gioco. E in conseguenza di ciò, questa finta improvvisazione, che si preoccupa più della Performance che del Processo, è quello che viene maggiormente messo in scena ed insegnato. 

Invece è necessario intervenire tempestivamente sugli allievi, incoraggiandoli a usare l'euristica del Sì E... al posto di quella del Sì Ma... per permettere loro di improvvisare veramente, prendendosi dei rischi senza escogitare scappatoie per venire a patti con le proprie paure. Solo così si possono ottenere attori capaci di stare nel momento e di farsi cambiare da ciò che accade loro intorno.

Paradossalmente capita spesso di emozionarsi di più per uno spettacolo di allievi o di improvvisatori inesperti che in uno spettacolo fatto con attori più "blasonati". Questi ultimi, improvvisatori più anziani, di età e di palco - come lo sono io tra l'altro - spesso hanno un problema che nasce proprio dalla loro esperienza. Infatti spessodefiniamo "esperienza" quell'insieme di pratiche, abilità e competenze usate per non mettersi a rischio veramente. 

Un improvvisatore esperto è spesso un improvvisatore spaventato, che si è costruito la propria "borsa degli attrezzi" per venire a patti con la propria paura e che, per questo, è abilissimo a non farsi coinvolgere.

Mi ricordo di un improvvisatore che, mentre facevamo uno spettacolo assieme, entrò in scena riproponendo personaggio, battute e dinamiche che avevo già visto quindici anni prima, quando assistetti al primo spettacolo di improvvisazione della mia vita.
Tra l'altro, questo improvvisatore, forzò nella scena dinamiche, caratteristiche del personaggio e battute che non servivano solo per ottenere l'applauso del pubblico. Negli anni si era costruito un repertorio che poi usava nei vari spettacoli.
Questa era la sua "esperienza".
 
Qui ho parlato di come la battuta possa essere una forma di difesa dall'ignoto, oggi voglio parlare di un'altra forma che il Sì Ma... può prendere: le Categorie.

Improvvisare in una determinata categoria è una cosa utilissima: mettere dei paletti per incanalare il flusso libero della creatività permette di scoprire territori altrimenti impensabili.

Improvvisare in rima, alla maniera di Shakespeare o di Pirandello, senza parole o quant'altro è una via utilissima per fare scoperte che, restando nel nostro quotidiano, l'improvvisatore non riuscirebbe a fare. E - cosa utilissima -quelle scoperte non rimarranno rinchiuse nella rappresentazione della singola categoria: non è possibile pretendere che una scoperta resti limitata a quell'ambiente. Sarebbe come pretendere che la scoperta della lavorazione dei metalli fosse rimasta relegata alla sola costruzione di scudi, spade e aratri!
Analogamente, per esempio, si possono far uscire gli improvvisatori dalla palude del linguaggio quotidiano imponendo loro di fare scene usando un linguaggio shakesperiano. Riuscire a sostenere conversazioni ricche di metafore implica una maggiore capacità di connettere elementi  tra loro  distanti, un'abilità questa che si riverbera in altri aspetti dell'improvvisazione.
Per esempio nel sapere collegare tra loro scene diverse, al fine di costruire una narrazione, fino ad uscire dal recinto dell'improvvisazione tout cour migliorando la capacità di fare il reframing di una situazione. 



Il problema con le categorie viene quando da "mezzo" diventano "fine".

Fino a quando la rima, per esempio, è mezzo, allora il fallimento non è un problema. Anzi, la rima è un ottimo strumento per introdurre il tema del Fallimento nell'Improvvisazione. Ma quando gli allievi sentono la valutazione nello sguardo dell'insegnante e dei compagni mentre stanno improvvisando in rima, quando passa - anche solo in maniera implicita - il messaggio che chi sa fare bene le rime allora è un improvvisatore "più bravo" degli altri, allora si inizia a cercare degli escamotage per semplificarsi la vita e fare "bene" la categoria. 
A questo punto focalizzarsi sulla categoria come fine e non come mezzo fa sì che l'improvvisare in rima da Processo diventi Performance e questo porta l'improvvisatore nel campo del Sì Ma...

Lo stesso discorso può essere applicato ad ogni categoria, come quella di improvvisare sostituendo i numeri alle parole o seguire lo stile di un determinato autore: se diventa un fine e non più un mezzo allora è Sì Ma...

Questa naturale tendenza degli improvvisatori a proteggersi è accentuata dall'abitudine degli insegnanti e delle scuole di proporre workshop specifici su varie categorie, solitamente riconducibili ad autori e stili teatrali.

In questo non c'è nulla di male, ma ciò che andrebbe chiarito è il fine (ancora una volta!): si vuole che i propri allievi si cimentino con un certo autore perché ci si aspettano ricadute positive a prescindere o perché li si vuole "bravi" in quello che il docente insegnerà loro?

Se la categoria è il fine e non il mezzo allora bisogna innanzitutto dichiararlo fin da subito e poi lavorare veramente bene perché lo spettacolo - o quello che ne sarà - non diventi un mero esercizio di calligrafia. Se invece è un mezzo per arrivare ad altro, allora bisogna lavorare attentamente per evitare che non diventi un fine.

E ancora: perché, invece di chiamare un docente a insegnare una determinata categoria, non si stimolano gli allievi a interpretarsela da soli? Non ci sarebbe più varietà e diversità?
Capisco che i docenti devono guadagnare per mettere in tavola la cena, ma cosa accadrebbe se su uno stesso autore ci fossero più visioni che si confrontano tra loro?

Qualche tempo fa ho assistito ad alcuni attori che hanno messo in scena una improvvisazione, a detta loro, alla maniera della sceneggiata napoletana. Questa sedicente "sceneggiata" altro non era che una sequenza di luoghi comuni su Napoli e i napoletani, con battute vecchie di venticinque anni (non è un'iperbole: intendo veramente dire che le aveva create un mio compagno di squadra in un Match di Improvvisazione Teatrale nel 1995. Essere dentro l'improvvisazione da quasi trent'anni è sia un vantaggio che una condanna) e nulla che potesse fare pensare alla sceneggiata.

Ora: di chi è la colpa di quell'agghiacciante scena? Sicuramente degli improvvisatori che l'hanno fatta, i quali hanno mascherato la loro paura di mettersi veramente in gioco dietro ad una cortina fumogena di sciocchezze che facevano ridere il pubblico.
Direi però anche dei loro insegnanti, i quali non sono stati in grado di trasmettere loro un insegnamento della categoria che non andasse oltre il cliché.
Ma anche - e sopratutto - dell'ambiente dove questo gruppo agisce e prospera: quel cliché del 1995 lo avranno pur dovuto imparare da qualcuno, no? Pensateci: uno fa qualcosa di spontaneo in scena e ciò che ha fatto dopo venticinque anni viene ancora riproposto: non male per una disciplina dove tutto dovrebbe essere creato sul momento.
Alla fine, nell'ambiente dove quel gruppo agisce, le categorie probabilmente sono una maniera per non interagire e non mettersi a rischio. 
Un elegante Sì Ma...



Sia chiaro: il problema non sono le categorie in sé, ma il perché vengono fatte e insegnate. Se non si ha chiaro se ciò che si insegna sia un mezzo o un fine, allora è il momento di porsi delle domande prima di fare altri danni. 

lunedì 13 luglio 2020

Sì, Ma...




Avendo scritto finora del Sì,E... e delle sue declinazioni è giunto il momento di parlare della sua antitesi: il No.

Il No è l'affermazione del proprio Ego: il bambino impara presto a dire No e lo dice con un certo piacere proprio per affermare la propria individualità. Poi si cresce e quel No ripetuto assume significati più controversi.

Infatti, come scritto da Keith Johnstone, chi tendenzialmente è portato a dire a una proposta riceve gratificazione dalle avventure che vive, mentre chi dice No è gratificato dal controllo che mantiene sulla situazione. Johnstone aggiunge, elemento cruciale, che con la pratica si può portare chi dice No a dire.

Infatti, chiunque abbia frequentato un corso o un workshop di improvvisazione sicuramente è stato educato a trasformare i propri No in per poter mandare avanti le scene.


In ogni caso questo dire No per mantenere il controllo è profondamente legato al nostro Ego, all'affermazione di noi stessi, alla paura dell'ignoto e perciò non si trasformano i No in solo perché lo dice un docente.


"La più antica e potente emozione umana è la paura,
e la paura più antica e potente è la paura dell'ignoto."
H.P. Lovecraft, 1890-1937

Quando parliamo di fa dire Sì E... alle persone stiamo dicendo loro di accettare quello che per loro è considerato Pericolo, di addentrarsi nell'Ignoto, di avanzare verso l’Incerto, di mettersi a rischio: tutte cose contrarie a ciò che dice il loro istinto. Infatti il loro istinto è quello di proteggersi, di dire No! e ritirarsi, ma il docente dice loro di dire e proseguire.  A questo punto, trovandosi di fronte a due comandi tra loro contraddittori, questo conflitto tra Istinto e Docente viene risolto dagli allievi applicando una nuova euristica: quella del Sì, Ma…


  • "Sei carino, simpatico, intelligente, divertente, mi fai stare bene, ma con te non mi ci metto."

  • "Lei sarebbe ottimo per questo lavoro, ma abbiamo scelto un altro candidato."

  • "Verrei da te anche ora, ma ho la macchina dal meccanico."

Sì, Ma... è un No con lo smoking. Si accetta l'offerta ricevuta, ma solo alle proprie condizioni. 

Non è un'accettazione piena e incondizionata: è una strategia per mantenere il controllo in una situazione incerta. 


La particella "ma", infatti, ha il potere di annullare tutto ciò che la precede nella frase: suona come un , ma è una negazione. Sì, Ma... è un'euristica per mantenere il controllo e non impegnarsi pienamente in ciò che si fa. È la peggiore nemica di chi fa Improvvisazione, nonché il più insidioso ostacolo verso il Sì E... 

Il Sì Ma... è il compagno maggiormente presente nella vita di chi fa improvvisazione, è una sorta di Lucignolo che costantemente ci distrae e cerca di portarci al Paese Dei Balocchi, dove tutto sembra sembra facile e a portata di mano, ma che al risveglio ci riserva amare sorprese. Ci mette a nostro agio, dandoci l'illusione di stare facendo quello che viene richiesto. Invece ci porta da tutt'altra parte, impedendo di abbandonarci a ciò che si sta facendo, senza mai farci entrare pienamente nel Processo, ma facendoci restare nella Performance; nell’illusione che si possa improvvisare seguendo le regole che ci sono state date, ma senza metterci mai veramente a rischio.

 

Il Sì Ma... è sempre presente: a volte si nasconde, altre volte ancora sembra innocuo, ma - come l'Unico Anello - il suo potere è quello di corrompere gli ignari che ne sottovalutano la potenza.


Spesso i primi ad essere soggiogati dal Sì, Ma... sono proprio i docenti. 

Da allievi è stato insegnato loro a dare la precedenza alla Performance, poi, successivamente, questo atteggiamento ha ricevuto un rinforzo, poiché essendo stati "bravi" sono diventati prima Amatori e poi Professionisti; infine si sono proposti e sono stati selezionati per insegnare.

Ma chi li ha scelti se non i loro stessi insegnanti, cioè coloro che gli hanno insegnato che l'improvvisazione è Performance?

E cosa potranno insegnare se non questo?

Ad aggravare questa situazione sta il fatto che chi gestisce e dirige le scuole di improvvisazione riceve riconoscimento e autorevolezza da altri che sposano la loro stessa visione.

Così si viene a creare una bolla di consenso su cosa sia l'Improvvisazione e su come debba essere fatta e insegnata che ha poco o  niente a che vedere con l'Improvvisazione stessa. In assenza di reali confronti che possano mettere in discussione certezze e totem, il Sì Ma... prospera e suo il principale brodo di coltura sono proprio le scuole di improvvisazione, che dovrebbero invece essere i luoghi deputati a combatterlo.

  

Il No lo si vede e lo si può combattere a viso aperto, invece il Sì Ma...  si manifesta in una miriade di atteggiamenti subdoli ed è ciò su cui un insegnante dovrebbe porre più attenzione.


Quando, specie all'apertura di un workshop, metto gli allievi in cerchio, presto molta attenzione al fatto siano disposti veramente in cerchio e non formino un'ellisse o una figura informe con bozzi e rientranze. Già la normale disposizione in cerchio tradisce i Sì, Ma... di certi allievi. 

Bisogna assicurarsi che nessuno sia fuori dal cerchio: chi è fuori deve inserirsi e chi è dentro deve concedere spazio. Il nostro corpo rivela quello che pensiamo e che proviamo: l'allievo può anche sorridere, ma se non sta nel cerchio o non sta facendo entrare un compagno questo è il segnale che non è a proprio agio.

Se ad alcuni insegnanti questo può sembrare eccessivo, li invito a rivedere i criteri che utilizzano per mettere i propri allievi in sicurezza, perché temo che abbiano qualche problema.


In ogni attività umana, infatti, ci sono una Periferia e un Centro. La Periferia è dove le idee nascono, fermentano, vengono esplorate e da lì cercano di muoversi verso il Centro, dove diventano mainstream e accettate come punto di riferimento, lasciando così spazio libero in Periferia per la nascita di nuovi stimoli, poiché senza il fermento della Periferia il Centro muore. Ogni problema nasce in Periferia e riuscire a metterlo al Centro ne riduce il potenziale distruttivo, lo depotenzia.


Questo discorso vale per le città, per le arti, per i movimenti politici e anche per le classi di un corso di improvvisazione.


Chi si pone fuori dal cerchio sta manifestando l'impulso di mantenere il controllo della situazione: bisogna far sì che il Centro lo accolga e lo accetti così come lui accetterà di essere nel Centro, Se invece si sposa l'approccio Io insegno solo ai campioni, si può già supporre che chi sta fuori dal cerchio, probabilmente sarà quello che rallenterà il gruppo.

Un'azione apparentemente insignificante come disporsi in cerchio, in realtà richiede un atto di fede da parte degli allievi. Ignorare l'importanza di questo è trascuratezza verso di loro. 


Ma il discorso non finisce qui.


Una volta disposti in cerchio gli allievi, già dai primi esercizi si può vedere chi sta lottando per mantenere il controllo: sono quelli che non mettono la dovuta energia in quello che fanno.

Anche questa scarsa convinzione nell’azione può essere considerata un Sì, Ma…

 

", faccio quello che l'insegnante mi dice, dal momento che sono qui e non posso andarmene.

Ma, visto che mi sento stupido, non mi ci impegno quanto potrei." 


Il non mettere energia, come ho scritto qui, è un segnale che l'attenzione è rivolta alle proprie paure e preoccupazioni invece che a ciò che si sta facendo. Mantenere gli allievi focalizzati su quello che stanno facendo aiuta a combattere il Sì Ma...


Il discorso sul Centro e la Periferia non si esaurisce nel disporre gli allievi in cerchio.

Il Centro è anche dove succede l'azione, dove si è più esposti, la Periferia è dove ci si sente sicuri. Il Centro è dove si viene osservati, la Periferia dove si osserva.

Ancora una volta è necessario prestare attenzione ai movimenti del gruppo: sia a chi si muove verso la Periferia per mettersi al riparo, sia a chi si lancia troppo precipitosamente al centro. Anche questi ultimi potrebbero agire secondo il Sì Ma…


"Vado subito, faccio quello che devo fare in fretta e non ci penso più".


Uno strumento diagnostico per vedere quanto gli attori siano presenti in quello che stanno facendo e quanto invece stiano accettando ma alle loro condizioni è - ancora una volta - l'osservazione della loro fisicità.

Chi non è coinvolto, chi sta facendo Sì Ma... è solitamente focalizzato nel muovere le estremità del proprio corpo: mani e braccia in primis e poi i piedi; sta "raccontando", ma non è dentro l’azione.

Invece chi è pienamente coinvolto muove tutto il corpo, specialmente il bacino: sta “facendo”, è nel pieno dell'azione.

Quindi non basta che gli allievi vadano al Centro, devono anche fare e non raccontare.


Le lezioni vanno organizzate in maniera tale che ci sia il tempo affinché tutti possano fare tutti gli esercizi, senza lasciare fuori nessuno; tutti devono osservare e tutti devono essere osservati. Questo è di cruciale importanza per combattere il Sì Ma... Se si permette a chi è più fragile, più insicuro di temporeggiare in Periferia fino a quando il tempo è scaduto si sta dando un rinforzo a tale atteggiamento. E far recuperare l'esercizio durante la lezione successiva è inutile: il clima della classe così come l'energia sarà differente, ci sarà chi, avendo già fatto l'esercizio, sarà meno coinvolto nell'assistere ad una sua ripetizione, mentre chi si troverà a farlo per la prima volta si sentirà come chi sta facendo un compito "di recupero".


Infine bisogna prestare attenzione ai pattern di chi va in scena con chi. Talvolta c'è la tendenza da parte degli allievi a prediligere l'andare in scena con chi è ritenuto "più bravo" e a schivare chi è "meno bravo". Questo è un altro Sì, Ma..., nonché un segnale che questi allievi sono più preoccupati della propria Performance che del Fai fare bella figura al tuo compagno.  Se si notano certi atteggiamenti la cosa migliore da fare è sorteggiare ogni volta chi fa gli esercizi: questo toglie a chi vuole andare in scena solo con i "bravi" la possibilità di farlo e allo stesso tempo solleva i meno "bravi" dall'imbarazzo dello stare al Centro da soli mentre i loro compagni in Periferia si guardano l'un l'altro o guardano per terra per decidere chi si deve "sacrificare".


Sia chiaro, non c'è quasi mai malizia negli atteggiamenti fin qui esposti: sono umani tentativi di proteggersi, ma è importante identificare questi comportamenti e affrontarli fin da subito, poiché - man mano che l'allievo prende dimestichezza con l'Improvvisazione - diventerà sempre più sofisticata la sua capacità di fare un Sì, Ma... al posto di un Sì E....


Ma di questo parlerò prossimamente.


Il minimo sindacale

  Quando iniziai a scrivere qui mi ripromisi che avrei scritto soltanto se avessi avuto qualcosa di intelligente da dire e non per generare ...