Tutto quello che non avreste voluto sapere sapere sull'improvvisazione teatrale e non avete mai osato chiedere perché manco sapevate che certi argomenti esistessero
Dopo tutte le riflessioni fatte finora, è chiaro che non sia possibile affermare "l'improvvisazione teatrale è questo e va fatta così", ma che, essendo un Gioco, ciascuno è libero di giocare come meglio gli aggrada, fino a quando trova persone a cui piaccia giocare con lui e spettatori disposti ad andarlo a vedere.
Se accettiamo questa visione ne consegue che il mondo dell'improvvisazione è organizzato in differenti comunità, più o meno grandi, formati al loro interno da persone unite dalla stessa maniera di giocare a "facciamo che io ero" e ciò che accomuna questi gruppi sono i (pochi) principi condivisi che rendono migliore questa esperienza. Per esempio, si può improvvisare anche dicendo No ad ogni proposta, il Codice Civile non lo vieta, ma ci si diverte di più con Sì E...
A questo punto la sfida è quella di definire cosa faccia di un improvvisatore un "bravo improvvisatore".
Le opinioni su cosa renda un improvvisatore "bravo" sono essenzialmente riconducibili a due macrocategorie: quello che riesce al meglio in quella che la sua comunità di riferimento considera "buona improvvisazione" e quello che riesce a passare con disinvoltura da una di queste comunità all'altra pur non eccellendo in all'interno di nessuna.
Dovendo scegliere, personalmente propendo per la seconda categoria. Penso che per passare con disinvoltura da un ambiente all'altro sia necessario avere interiorizzato i principi comuni a tutti gli improvvisatori ed essere in grado di modularli a seconda delle persone con cui si ha a che fare. Bisogna essere in grado di adattarsi ai nuovi ambienti, ai differenti stili e fare splendere i propri compagni. In altri termini essere capaci di applicare al meglio il Sì E...
Questo tipo di improvvisatore può a prima vista non brillare particolarmente oppure può sembrare che non abbia fatto nulla di "speciale": ci ha divertito, ma non gli abbiamo visto fare nulla di particolare. In realtà la sua dote è la versatilità.
Una delle regole empiriche per riconosce questo tipo di improvvisatore è data dal fatto che vi improvvisare con loro è un piacere.
Non è che con loro di fianco fate bella figura, no: vi divertite proprio! Magari non li avevate mai visti fino a pochi minuti prima, ma in scena con loro vi siete sentiti a vostro agio e avete dato il meglio nello spettacolo.
Il dilemma a questo punto è: come ci si forma per diventare un Bravo Improvvisatore?
Partiamo dalle basi.
Secondo William Perry il rapporto del discente con la materia segue quattro fasi:
Dualismo: le cose sono giuste o sbagliate, corrette o false, senza ambiguità o sfumature. La conoscenza è qualcosa di assoluto, trasmessa loro da un'autorità.
Molteplicità: il discente realizza che le cose non sono così semplici. La conoscenza della materia diventa questione di opinioni e chiunque può avere il proprio punto di vista sull'argomento. Quella del docente diventa una tra le verità possibili. L'allievo a questo punto è più aperto alle opinioni diverse da quella che lui riteneva "corretta" e comincia a diventare "proprietario" del proprio apprendimento.
Relativismo: non tutte le opinioni sono uguali e la conoscenza passa dall'essere una questione quantitativa a diventare una qualitativa. Non è più questione di quante cose trasmette un docente, ma la qualità delle stesse. Il docente diventa, a questo punto, un facilitatore, una guida. Questa è anche una fase frustrante perché gli allievi toccano con mano quanto ogni teoria sia imperfetta, incompleta.
Impegno: i discenti capiscono che devono sposare una visione sulla quale basare le proprie conoscenze e poi perfezionarla. Da un certo punto di vista è un ritorno alla fase del dualismo, ma la scelta in questo caso è ragionata e non dogmatica.
Il momento critico per gli improvvisatori sta nel passaggio dalla fase della Relatività a quella dell'Impegno. Capita troppo facilmente che quella della Relatività diventi una palude dove rifugiarsi per evitare di assumersi la responsabilità che sposare una visione comporta. La maggior parte degli Amatori sono intrappolati in questa fase: l'impressione è quella di non essere mai pronti a sufficienza, di annegare nel mare magnum dell'improvvisazione. Si esce dalle scuole di improvvisazione con un bagaglio triennale, ma si fa fatica a fare lo scatto successivo, quello del cominciare a metterlo in pratica. Si passa così di docente in docente solo per prendere tempo oppure ci si "innamora" di un insegnante di ciò che insegna, della sua visione e questo smette di essere un modello di come rapportarsi ai contenuti per diventare una sorta di guru da seguire in maniera acritica sancendo di fatto un ritorno alla fase del dualismo.
Gli insegnanti dovrebbero prestare attenzione a questa deriva, che è dannosa per tutti. Purtroppo quando parliamo di docenti di improvvisazione parliamo di attori e gli attori sono esibizionisti per definizione. Quindi sono sensibili e vulnerabili ad allievi che pendono dalle loro labbra o che attendono trepidanti le loro performance. Talvolta mi è capitato - e mi capita ancora - di vedere docenti avere attorno a sé vere e proprie corti. Alcuni di questi docenti non facevano nulla di particolare per averle, ma il loro carisma era talmente forte che si creavano spontaneamente, altri invece le creavano e se le coltivavano scientemente, perché solleticavano il proprio ego.
Sempre alla luce delle quattro fasi indicate, partecipare a festival e raduni è essenziale per confrontarsi con insegnamenti, visioni e realtà differenti dalla propria. Ma quando ci si confronta col nuovo, bisogna prestare attenzione.
Da un lato bisogna evitare di restare abbagliati dalle novità, di pensare che tutto ciò che si è appena appreso sia assolutamente meglio di quello che era considerato valido fino a quel momento perché insegnato nella propria scuola.
Il Culto della Novità è una delle piaghe dell'improvvisazione italiana e fa sì che insegnanti e concetti diventino popolari in maniera acritica solo perché nuovi, senza che nessuno si fermi a riflettere sui contenuti di queste novità.
Dall'altro lato bisogna evitare di essere refrattari alle novità, alle innovazioni che vengono insegnate e che, apparentemente, entrano in contraddizione con le proprie certezze. Questo capita spesso agli allievi più inesperti, quelli ancora nella fase del Dualismo: un insegnamento che contraddice quanto detto dai propri insegnanti può venire rifiutato a priori, perché ci si appiglia a quelle poche certezze che si hanno. Però questa refrattarietà può capitare anche con improvvisatori più esperti, che magari tendono a identificarsi con la propria performance. Per costoro mettere in discussione ciò che è la propria visione dell'improvvisazione equivale a mettere in discussione ciò che sono come persone, quindi rifiutano a priori ogni novità che non si trasformi in una loro miglior performance.
Al crescere dell'esperienza, bisognerebbe cercare di apprendere sempre di più dagli insegnanti che stanno in Periferia e meno da quelli che sono nel Centro. Al Centro ci sta ciò che è mainstream, lo standard di riferimento, quello che tutti cercano; è in Periferia che sta il fermento, la novità, l'innovazione, quindi è qui che ci si apre la mente. Fosse solo per dire che non si condivide ciò che sostiene quell'insegnante. Attenzione: non sto dicendo di snobbare gli insegnanti più conosciuti o esperti, sto dicendo di non limitarsi a questi.Se invece il vostro obbiettivo è quello di diventare "bravo" per quelli che sono gli standard di riferimento della vostra comunità, allora andate dagli insegnanti del Centro, perché sono loro quelli che hanno settato quegli standard, quindi perché accontentarsi dei surrogati quando ci si può abbeverare direttamente alla fonte?
Però non si può scaricare tutta la responsabilità dell'essere più o meno "bravi" sulle spalle degli allievi. Prima di accusarli di essere refrattari bisognerebbe attivarsi per ridurre il più possibile gli ostacoli che impediscono agli allievi di realizzarsi pienamente, poi, una volta accertato che è stato fatto il possibile per creare le condizioni ottimali per favorire la loro apertura mentale e la capacità di assumersi delle responsabilità, solo allora si potrà puntare il dito contro di loro.
A mio parere ci sono due questioni urgenti aperte che vanno affrontate al più presto.
La prima riguarda la capacità di essere un bravo insegnante di improvvisazione, capace di trasmettere la sua visione delle cose senza catechizzare, al fine di lasciare agli allievi la dovuta apertura mentale.
La seconda, legata indirettamente alla prima, riguarda l'abilità dell'insegnante di intervenire su quella folla di Amatori piantata nella fase del Relativismo. Questi Amatori rappresentano un enorme potenziale inespresso nel mondo dell'improvvisazione italiana. Se vogliamo far crescere il nostro mondo, dobbiamo trovare la maniera di liberare quelle energie.
Provo
a illustrare meglio i concetti espressi nei vari post scritti finora
facendone una declinazione attraverso il Case Study di un format.
Spero
che chi legge mi perdonerà se uso un format che ho sviluppato io: so
che non è una cosa elegante, ma mi dà il vantaggio di sapere con
precisione il perché di certi meccanismi, quali dinamiche volevo
sollecitare con tali meccanismi, senza contare il fatto di avere
assistito o partecipato a tutte le volte che è stato messo in scena.
Tale
format è Suspects!
Suspects! è
un format sul quale cominciai a ragionare attorno al 2004-2005, per
poi riuscire a metterlo in scena un paio di anni dopo. A quel tempo
il long form in Italia stava ancora muovendo i primi passi, mentre il
mondo dell’improvvisazione, incentrato sul Match d’Improvvisazione
Teatrale, era già entrato in una crisi che da lì a breve avrebbe
creato la galassia di gruppi e format che oggi conosciamo.
Nel
2001 avevo visto ad Amsterdam Dan Goldstein creare una Sit-Com
improvvisata che mi entusiamò pur essendo consapevole che in Italia
ci fosse molto di più del piccolo giardino nel quale ci
trastullavamo pensando che fosse l’intero mondo. Avevo già creato
altri format, ma questa volta volevo puntare in alto, a qualcosa di
veramente diverso, che fosse impensabile che potesse funzionare: un
giallo improvvisato.
Il
prodotto dopo vari tentativi fu accettabile, ma l’esperimento venne
accantonato per vari motivi dopo un paio di repliche ed era già
destinato a venire probabilmente dimenticato quando, attorno al 2012,
Mavi Gianni, che era stata nel gruppo originale di Suspects!e
assieme alla quale lavoravo - e lavoro tuttora - mi propose di
rimetterci mano assieme.
Il
risultato finale è stato che Suspects! è
uno spettacolo che, tra alti e bassi, continua ad andare in scena da
quasi una quindicina di anni e mi ha permesso di fare continue
riflessioni su cosa sia per me l’improvvisazione e cosa sia
importante o meno.
Dopo
questa doverosa premessa cominciamo ad analizzarne i punti salienti.
1
– Il Genere
Il
primo problema era come approcciarsi al genere del “Giallo”.
Una
possibile fonte di ispirazione poteva essere il gioco Cluedo,
ma questo era un gioco che già da ragazzino non mi entusiasmava e
anche adesso lo trovo incentrato su quelli che ritengo essere gli
elementi meno appassionanti di una storia.
In
Cluedo, infatti, sappiamo chi è stato ucciso e dobbiamo scoprire tra
gli indiziati Chiè
stato, Dovee Come.
Questi
sono gli elementi importanti per cominciare a raccontare una storia,
ma a me interessa il Perché:
perché quella persona è stata ammazzata.
Ciò
da cui volevo stare lontano era il “whodunit”,
il classico giallo che è un rompicapo dove bisogna stare attenti al
“dettaglio fuori posto”, a quell’indizio che da solo smaschera
l’assassino. L’improvvisazione è troppo complessa per gestire
questo genere di dinamica senza diventare noiosa; una cosa è
scrivere un copione stile Agatha Christie, altra cosa è
improvvisarlo dal nulla.
2-
Le Relazioni
Una
volta chiarito che l’elemento cruciale del Giallo da creare dovesse
essere il Perché dell’omicidio,
diventava importante mostrare cosa avesse spinto l’assassino ad
uccidere e per mostrare ciò era necessario mettere in secondo piano
la narrazione dei fatti e portare, invece, in primo piano uno dei
motori più importanti dei Perché:
le Relazioni
tra i personaggi.
Spesso
gli improvvisatori concentrano la loro attenzione sulla parte più
superficiale del termine Relazione; per esempio chiedono al pubblico
una relazione per cominciare una scena e pensano che quel “Fratello
e Sorella” suggerito esaurisca il discorso “Relazioni” e quindi
passano a creare una “storia” che abbia a che fare con un
fratello e una sorella.
Per
Relazione tra i personaggi, io intendo la modalità con la quale il
personaggio A reagisce al variare del personaggio B.
Ad
esempio il fratello può essere iperprotettivo verso la sorella, lei
può nutrire sentimenti di rivalsa verso il fratello, possono essere
complici oppure possono passare il loro tempo a farsi dispetti e così
via. Ci sono infiniti modi di essere fratello e sorella, invece
spesso chi fa improvvisazione confonde la Relazione con lo stato
anagrafico dei personaggi.
Invece,
ritengo che l’Improvvisazione eccella nel mettere in scena
relazioni memorabili tra i personaggi. O meglio: lo farebbe se non ci
mettessimo a perdere tempo col volere raccontare una storia.
In
sostanza quello che desideravo era uno spettacolo di improvvisazione
incentrato sulle relazioni tra i personaggi, uno spettacolo che
mostrasse perché una persona fosse arrivata al punto di uccidere
un’altra.
Vari
tentativi sul numero degli attori chiarirono che ci dovevano essere
una vittima e quattro indiziati. Se gli indiziati fossero stati di
meno le relazioni non riuscivano a intrecciarsi tra loro in maniera
soddisfacente, più di quattro, invece, sarebbero stati troppi e le
relazioni, abbiamo riscontrato, tendevano a diventare superficiali. A
questi cinque attori nel ruolo di Vittima e Indiziati se ne
aggiunsero due nel ruolo di Poliziotti: dopotutto senza investigatori
che giallo è?
3
– La Storia
A
questo punto bisognava definire la struttura.
Normalmente
il Giallo si sviluppa a partire dall’omicidio e si segue
l’indagine, dove l’investigatore mette a poco a poco assieme
tutti i pezzi del puzzle fino a quando non è in grado di
identificare l’assassino.
Però
così facendo si rischiava che lo spettacolo diventasse un’enorme
chiacchierata nella quale gli attori cercavano a tentoni la strada
verso la soluzione.
Un’alternativa
poteva essere quella di improvvisare una serie di scene per chiarire
chi fossero i personaggi e che relazioni ci fossero tra loro, per poi
interrompere lo spettacolo verso i tre quarti del suo svolgimento per
chiedere al pubblico chi avrebbe voluto che fosse l’assassino e da
lì andare a concludere lo spettacolo, magari per vedere come sarebbe
stato scoperto.
Tale
situazione però per me non era assolutamente soddisfacente: volevo
un giallo vero, dove l’assassino fosse già stabilito fin
dall’inizio e che il pubblico dovesse indovinare.
Quindi
come fare?
Semplicemente rovesciando
la narrazione: si sarebbe cominciato col ritrovamento del corpo
da parte della polizia e poi si sarebbero ricostruite le quarantotto
ore precedenti alla morte della vittima, partendo dalla mattina, per
poi proseguire fino al momento del delitto. La polizia avrebbe
interrogato i vari indiziati e da ogni interrogatorio sarebbe
scaturita una scena. Così, attraverso la messa in scena dei
flashback, che avrebbero ricostruito la relazione dei vari personaggi
con la vittima, si sarebbe arrivati a costruire la situazione che
aveva portato all’omicidio consumato nella scena conclusiva della
storia. Non bisognava più pensare alla storia, a costruire
un’indagine: quello l’avrebbe fatto il pubblico. Gli
attori dovevano semplicemente esplorare le relazioni tra i loro
personaggi, vedere come si rapportavano gli uni con gli altri,
restando così focalizzati su ciò che avevano in scena in quel
momento, senza preoccuparsi di altro.
L’unico
comando era “trovatevi un movente!”
4
– Il Controllo e le Autorità Narrative
Una
volta stabilita la struttura della narrazione, si trattava di trovare
la maniera di evitare che un qualsiasi singolo attore potesse
incidere in maniera significativa sulla storia. Se nessuno avesse
avuto la possibilità di controllare il risultato, gli attori
avrebbero concentrato i loro sforzi sul fare delle belle scene e non
sul raccontare quella che a loro parere sarebbe stata una “bella
storia”.
Inoltre
quando le responsabilità sono distribuite in maniera omogenea si
hanno meno possibilità che un eventuale sbaglio possa far naufragare
tutto; anche se una singola parte può non essere andata come doveva,
il danno rimane confinato.
Questa
è una consapevolezza importante per gli improvvisatori, che spesso
sopravvalutano la loro importanza nell’economia di uno spettacolo.
Sapere che se si sbaglia ci sono maniere di assorbire il danno e
magari rinforzare la struttura, fa improvvisare più rilassati del
sapere che non si può sbagliare.
Quindi
si trattava di distribuire le Autorità Narrative ovvero chi ha il
diritto di dire cosa.
Come
funziona questa distribuzione in Suspects!?
Il primo
passo è stato quello di togliere agli attori il controllo
su chi sia la vittima, facendola scegliere al pubblico. Il pubblico
decide anche che il mestiere che fa e come è stata uccisa.
Il secondo è
stato quello di sorteggiarein
segretoil
ruolo dell’assassino: tre pietruzze bianche e una nera, chi pesca
la nera è il colpevole, ma nessuno degli altri lo sa fino alla fine
dello spettacolo.
Una
volta stabilito a chi tocca il ruolo della Vittima e del
Colpevole, occorre togliere a quest’ultimo il potere di indirizzare
troppo la storia: a questo ci penseranno i Poliziotti.
A
inizio spettacolo gli indiziati sanno solo se sono colpevoli o
innocenti, sono i Poliziotti a dare nome, cognome, professione al
personaggio che stanno interrogando e a metterlo in relazione con la
vittima durante il primo interrogatorio.
Non
solo: i Poliziotti hanno anche il compito impostare la scena
affermando, per esempio, che sanno che il giorno prima l’Indiziato
era a pranzo fuori con la Vittima. A questo punto la Vittima entra in
scena e improvvisa la scena del pranzo con l’Indiziato. Quando
sente che la scena è esaurita uno dei due Poliziotti entra chiamando
un altro indiziato per un nuovo interrogatorio e così via. I
Poliziotti non sono coinvolti attivamente nelle scene, quindi da
fuori possono vedere le potenzialità di sviluppo della narrazione e
indirizzarla di conseguenza.
Anche
il potere dei Poliziotti va contenuto, quindi non hanno la
facoltà di stabilire di cosa dovranno parlare i personaggi o
cosa accadrà in scena, ma dovranno solo impostarla. In aggiunta sono
posizionati ai due estremi del palco, si alternano a fare gli
interrogatori e tra loro non possono comunicare.
C’è
anche un altro elemento che toglie controllo e ridistribuisce le
Autorità Narrative: i costumi.
I
cinque attori che faranno Vittima, Colpevole e Indiziati sanno che
dovranno andare in scena con dei costumi che possano ispirare i
Poliziotti a dare loro un personaggio. I costumi infatti hanno il
solo scopo di suggerire una tipologia di persona e ai Poliziotti
spetta il compito di definirla.
Ad
esempio un completo giacca doppiopetto e cravatta potrebbe suggerire
una tipologia di personaggio potente, ma se sarà un banchiere, un
avvocato, un politico o un mafioso lo decide il Poliziotto che fa il
primo interrogatorio.
Quindi
ricapitolando:
Gli
attori suggeriscono che tipo di personaggio vogliono impersonare, ma
sono i Poliziotti a deciderlo.
Il
pubblico decide la Vittima, che mestiere fa e come è stata uccisa.
La
Sorte decide chi è il colpevole.
I
Poliziotti impostano le scene e tengono il polso della scansione
temporale, ma i contenuti di queste scene li decidono gli attori.
Questo
perché Suspects!è
una co-creazione: a tutti i partecipanti spetta il merito di ciò che
verrà fatto, nessuno deve essere posto in una posizione di secondo
piano né di eccessiva responsabilità o visibilità.
5
– Il Gioco
Suspects!racconta
cosa ha portato a un omicidio e chiede al pubblico di indovinare chi
lo ha commesso.
Le
scene guidate dagli interrogatori si fermano poco prima
dell’omicidio. A quel punto gli indiziati si dispongono sul palco,
gli spettatori devono indicare chi pensano sia il Colpevole e quindi
Colpevole e Vittima hanno una scena aggiuntiva dove mostrano come si
è svolto l’omicidio.
Ma
non è finita.
Dopo
la scena dell’omicidio occorre sapere se il pubblico ha indovinato
o meno, perciò si dà spazio al momento in cui gli indiziati
mostrano la propria pietra e viene svelato il Colpevole che tiene un
monologo finale a conclusione dello spettacolo.
Quindi Suspects!è
sia uno spettacolo di improvvisazione che un gioco: uno spettacolo
improvvisato che sfida il pubblico a indovinare chi ha commesso un
omicidio.
Però Suspects!è
anche un Gioco con la G maiuscola, un “facciamo che io ero” che
riguarda solo gli improvvisatori.
Partiamo
dai costumi:
ogni attore è libero di scegliersi il costume con cui giocare, un
qualcosa che lo ispiri. Questo non viene deciso prima, non ci si
accorda sui costumi: ciascuno indossa ciò che preferisce. Dal punto
di vista teatrale lasciare agli attori la libertà di decidere come
vestirsi per una determinata serata o deciderlo prima non cambia
niente, cambia tanto invece dal punto di vista del giocare. È un
provocarsi a vicenda: io attore provoco te Poliziotto a darmi un
certo tipo di personaggio, ma allo stesso tempo voglio essere
sorpreso dalla tua scelta. Prima dello spettacolo, quando si vedono i
rispettivi costumi, si creano delle aspettative, che poi possono
venire confermate o disattese (“è il suo bello!” dicono alcuni
attori).
Poi
c’è la tensione del giocare
per scoprire cosa succede.
Nel caso di Suspects! si
vuole sapere chi è l’assassino, ma questo “giocare per scoprire
cosa succede” è il tratto comune a tutta la bella improvvisazione:
sì c’è il pubblico, ok, ma IO voglio
sapere cosa accade, è per questo che sono qui ora.
C’è
il gioco del “io so
qualcosa che voi ignorate”che
si gode solo chi ha pescato la pietruzza nera. Per lei o lui è come
giocare all’Amico Del Giaguaro: non può palesarsi, ma non può
neppure giocare come tutti gli altri. Fare il Colpevole a Suspects!è
un po’ come farsi un corso accelerato per creare sfumature nei
personaggi.
A
riprova che Suspects! è
un “facciamo che io ero” per adulti c’è quello che noi
chiamiamo “l’Effetto Suspects”.
Cioè il fatto che nei giorni successivi la testa dei partecipanti
(non solo la mia: ho chiesto anche agli altri) continua a tornare
allo spettacolo, a ciò che è emerso dalla storia mentre si stava
improvvisando, nel tentativo di spiegare le relazioni nate tra i
personaggi, ordinandole in rapporti causa-effetto a posteriori o
ripensando a ciò che un personaggio ha fatto o detto in una scena.
Cioè, l’impatto di ciò che è stato improvvisato è così forte
che la testa di chi ha partecipato continua ad elaborarlo anche nei
giorni successivi.
Addirittura,
a distanza di mesi da una messa in scena di Suspects!io
e un’attrice continuiamo a sentire la mancanza di una scena tra i
nostri rispettivi personaggi che noi sentivamo necessaria e che non è
stata chiamata dai Poliziotti. Non è ego ferito, è un senso di
perdita, dell’essersi persi qualcosa di memorabile, come quando i
genitori venivano a prenderti prima del previsto e si era costretti a
lasciare in anticipo un gioco che sentivamo essere epico. I nostri
due personaggi erano la “razza padrona” di quella situazione e
tra di loro non è stata chiamata dai Poliziotti neppure una scena.
Lei ed io continuiamo a dire che il pubblico avrebbe voluto vedere
quella scena (vi
dice qualcosa?), ma la verità è che volevamo farla noi per il
puro gusto di giocare!
Ora
io sono sicuro che ciascuno di voi che leggete avete momenti simili o
li avete avuti relativamente ai vostri spettacoli. Non è il solito
“se avessi fatto” o “ se avessi detto” tipico degli
improvvisatori che vogliono che le cose fossero andate come volevano
loro, è il rimpianto per un momento di grazia negato. E questo
sentimento lo danno il Gioco e l’Improvvisazione.
6
- La Serietà
Suspects! è
un gioco e per questo è serissimo.
Visto
che si parla comunque di qualcuno che è morto bisogna affrontare
l’argomento con rispetto. Gli indiziati devono trovarsi nella
situazione in cui la disperazione è tale che un omicidio diventa
un’opzione da valutare. Allo stesso tempo la Vittima deve spingere
al massimo le situazioni affinché gli altri trovino la forza di
ucciderlo; dopotutto che morirà lo si sa fin dall’inizio, quindi
perché trattenersi? Se deve morire che almeno sia per un motivo
valido!
I
momenti di alleggerimento spettano ai Poliziotti, a loro tocca
portare personaggi sopra le righe per far rifiatare un po’ lo
spettacolo se prende una piega troppo cupa. Con la loro leggerezza i
Poliziotti permettono a tutti gli altri di affondare il colpo nelle
scene.
Questo
però non vuole dire che le scene debbano per forza essere “serie”:
non lo sono quasi mai. Suspects!vuole
essere un giallo brillante, dal quale il pubblico esca soddisfatto e
alleggerito, non con ancora più pensieri di quando è entrato.
Brillante, ma non sciocco.
Conclusioni
Spero
che questa carrellata su Suspects! possa mostrare meglio come nel
pensare uno spettacolo di improvvisazione entrino in gioco molteplici
aspetti.
La
struttura di Suspects! è molto più complicata da descrivere che da
farsi e vuole rispondere a un semplice problema: come
tenere gli attori nel Processo e
allo stesso tempo raccontare una storia.
La
via scelta è stata quella di distribuire le autorità narrative in
maniera tale che nessuno possa decidere autonomamente dove andrà la
storia. Ogni attrice e ogni attore sono coinvolti per pochi minuti
alla volta con obbiettivi chiari e raggiungibili in scena. Non devono
raccontare chissà quale storia, solo reagire onestamente a ciò che
accade. Però col proseguire dello spettacolo prosegue, gli attori
acquisiscono informazioni sui loro personaggi, sulle loro motivazioni
e sulla rete di relazioni che li circonda e imprigiona e questo
permette loro una sempre maggiore duttilità in scena mentre la
situazione precipita sempre di più. Solo
quando si è arrivati alle battute finali ci si può voltare indietro
e vedere la storia che si è costruita assieme.
Questo
è il senso di parlare di "raccontare una storia"
nell'improvvisazione: partire da niente, stare nel Processo e poter
scoprire solo al termine quale storia è stata consegnata al
pubblico.
Suspects! a
me ha donato un'ulteriore epifania sull'improvvisazione.
È il
senso di compiutezza degli attori al termine che stabilisce quanto
uno spettacolo è andato bene. Quella sensazione di avere
partecipato a qualcosa di epico, di avere creato qualcosa assieme ai
propri compagni, di comunione con essi; quello che poco sopra ho
chiamato "Effetto Suspects!".
Da uno spettacolo di improvvisazione riuscito se ne esce sempre
differenti da come ci si è entrati, altrimenti non è uno spettacolo
riuscito.
Suspects!non
è lo Spettacolo Definitivo, quello che definisce un nuovo standard
dell’Improvvisazione. È uno spettacolo tra i tanti che vengono
messi in scena in giro per il Mondo. Però è lo spettacolo a cui noi
siamo affezionati perché ci ha regalato tantissime epifanie in
scena, tanti personaggi memorabili e numerosi momenti di puro
divertimento.
Quello
che mi sorprende ancora è quanto il suo design sia funzionale al
risultato che volevo ottenere e quanto robusto sia tale design.
Molte
scelte furono fatte ad istinto, altre acquisirono un senso dopo anni,
altre ancora sono state eliminate perché non soddisfacevano ciò che
Mavi ed io volevamo fosse Suspects!.
Continuiamo
a lavorarci, a sperimentare, a introdurre piccole modifiche per
vedere cosa succede. Noi cresciamo e lo spettacolo cresce con noi,
aggiornandosi costantemente con le nostre scoperte: il lavoro
su Suspects! non
è mai terminato, solo a volte sospeso per un po’.
Sono
sicuro che ognuno di voi che legge ha il suo Suspects!,
lo spettacolo che riflette la sua visione dell’Improvvisazione
Teatrale.
Comincio
questo post riprendendo l’esempio, fatto
qualche giorno fa, dell’attore che, lasciato solo in scena, si
rivolge ai compagni chiedendo loro di entrare per aiutarlo.
Se
questo accadesse durante uno spettacolo di prosa, credo che gli
spettatori non sarebbero ben disposti verso quella compagnia che
commette un errore così madornale come quello di mancare un’entrata
per portare avanti la scena. Penserebbero di assistere ad uno
spettacolo di scarsa qualità, non provato a sufficienza prima di
essere messo in scena. Si avrebbe la sgradevole impressione di
assistere ad un errore dell’attore, che sarebbe dovuto entrare in
un determinato punto della storia, invece non lo fa e ci si trova
davanti ad un “buco” che, per giunta, sta venendo rattoppato
malissimo.
Il
pubblico di uno spettacolo di improvvisazione, invece, probabilmente
apprezzerà ed applaudirà quel momento. Magari potrebbe arrivare al
punto di considerarlo uno dei momenti più divertenti della serata.
“Che
ridere quando quello era rimasto solo e chiamava i compagni perché
entrassero ad aiutarlo!”
Eppure
in tutt'e due le situazioni gli spettatori sono stati posti davanti
davanti alla Verità e al Dolore che, come sappiamo, generano il
Comico. Magari in tutte e due le situazioni hanno riso ed applaudito.
Ma dopo, a spettacolo terminato, la stessa situazione verrà letta in
due maniere differenti. Dove sta la differenza?
A
mio parere in quello che cerca il pubblico.
Chi
assiste ad uno spettacolo di prosa vuole assistere a una finzione
dichiarata, vuole volontariamente sospendere l’incredulità, vuole
che gli si racconti una storia che lo emozioni e che lo faccia
riflettere. Vuole condividere un rito con gli altri spettatori.
Magari vuole la catarsi, vuole essere purificato, vuole essere
esorcizzato e gli attori sono incaricati di questo rito.
Chi
assiste ad uno spettacolo di improvvisazione, invece, vuole vedere
degli attori che si prendono dei rischi al posto suo. Vuole essere
esorcizzato sì, ma dalla Paura e quegli attori che senza rete si
stanno mettendo a rischio davanti a lui, saranno quelli che
metteranno in scena le sue paure per liberarlo, anche solo per pochi
istanti.
Per
questo la Seconda
Storiaè
così importante: perché quella è la storia che parla di Rischio,
di Audacia, di Sfida. La Prima
Storiaè
ciò che permette alla Seconda di svilupparsi.
Se
ci si focalizza troppo sulla Prima Storia e si fa finta che la
Seconda non esista, si entra in un confronto col Teatro di Prosa dal
quale l’Improvvisazione non può che uscirne perdente.
L’improvvisazione, abbiamo visto, non la si può ridurre al fare
bene la Prima Storia, ma è la somma, se non la moltiplicazione,
della Prima e della Seconda Storia.
Avanzo
ora un’ipotesi inamissibile.
L’ipotesi
che l’Improvvisazione
sia un “Facciamo che io ero...” per adulti, che non sia Teatro,
ma Giocoe
che sia un Gioco fatto davanti a degli spettatori.
Un
gioco dove degli adulti si divertono a creare storie, impersonandone
i personaggi e inventando sul momento le situazioni e i dialoghi; né
più né meno di quello che fanno i bambini.
Non
parlo dei format competitivi, come il Match di Improvvisazione
Teatrale, il Theatresport, il Comedysport, il Maestro Theatre e così
via: parlo dell’Improvvisazione Teatrale in
toto.
Reiner
Knizia, uno dei più importanti progettisti di giochi vivente ha
detto che “in
un gioco l’obiettivo è vincere, ma è l’obbiettivo ad essere
importante, non la vittoria”.
Ora, parafrasando Knizia, se diciamo che nell’improvvisazione
l’obiettivo è raccontare una storia, allora ciò che è importante
è l’azione di raccontarla, non la storia che viene raccontata.
Reiner Knizia e alcuni dei suoi giochi
Quando
giochiamo, la vittoria non è importante quanto la sfida che ci porta
a quella vittoria; perdere può lasciare l’amaro in bocca, ma
vincere 60-0 una partita a calcetto contro una squadra di bambini di
quattro anni non dà soddisfazione alcuna.
Analogamente
vedere che i nostri sforzi ci hanno portato a creare delle storie
senza senso non ci appaga: vogliamo metterci alla prova raccontando
una storia che ci appassioni. Allora è
qui che studiare Drammaturgia acquista senso,
perché ci insegna come raccontare al meglio la nostra storia. Non ho
bisogno di studiare le aperture per giocare a scacchi, ma se entrambi
i giocatori lo hanno fatto la loro sfida sarà più avvincente!
A
questo punto quella che sarebbe la Prima Storia non è che un
pretesto, una scusa: ciò che appassiona il pubblico,
inconsapevolmente, sta nella Seconda Storia, in quella che mostra se
si sta giocando bene.
Perché
alla fine, Sì E…altro
non è che un’euristica che ci permette di giocare al meglio il
gioco dell’improvvisazione, mentre Sì Ma…porta
a quegli atteggiamenti che rovinano i momenti di gioco, come il tizio
che mette il broncio perché non gli passate la palla o che pretende
di verificare sul regolamento la correttezza di ogni mossa che lo
mette in svantaggio togliendovi ogni gioia del giocare.
Qualcuno
obietterà che l’improvvisazione è Teatro perché viene fatta
davanti a un pubblico (e spesso in un teatro).
Vero,
l’improvvisazione teatrale viene fatta davanti a degli spettatori,
ma questo non basta a definirla “teatro”: anche il calcio viene
fatto spesso davanti a un pubblico, no?
Se
pensiamo all’improvvisazione come a un “gioco” con degli
spettatori, forse ci avviciniamo alla realtà più di quanto lo sia
il volerla includere a tutti i costi nel Teatro.
Però
è attorno alla presenza degli spettatori che si genera l'equivoco
che l'Improvvisazione sia Teatro e non Gioco.
La
presenza degli spettatori altera l’esperienza del giocare e il
rapporto tra i giocatori e il gioco, specialmente riferita
all’improvvisazione teatrale.
La
storia che si raccontano i bambini quando giocano a “Facciamo che
io ero...” non è una storia fatta per un pubblico, è una storia
fatta per loro stessi: sono essi stessi il proprio pubblico. Noi
adulti che li guardiamo siamo catturati dalle abilità che mettono in
campo, non tanto dalla storia che raccontano. E spesso i bambini sono
talmente presi che ignorano completamente che ci siano degli adulti
che li osservano.
Per
gli adulti il discorso è diverso.
Se
sono presenti degli spettatori, magari chi improvvisa pensa che essi
siano venuti a vederli avendo delle aspettative: sono lì per loro,
bisogna dare loro qualcosa all’altezza di quelle aspettative. Ma la
valutazione sulla qualità del giocare è sempre appannaggio di chi
gioca, chi non è dentro al gioco non è nella posizione di esprimere
un parere. I bambini che giocano a "Facciamo che io ero"
sono talmente immedesimati nel gioco che gli adulti manco li vedono,
sanno che ci sono, ma in quel momento il gioco è più importante.
Invece,
è qui che scatta la trappola per chi fa improvvisazione: si dà più
importanza agli spettatori che a chi sta improvvisando con noi. Si
crede che chi ci sta guardando sia più importante dei nostri
compagni di gioco.
Così
si passa dal giocare all’esibirsi, dal Gioco al Teatro.
A
questo punto, una volta che si ritengono gli spettatori più
importanti di chi sta giocando con noi, è un attimo arrivare a
pensare che per soddisfare le aspettative di questi sia necessario
confezionare per loro una grande Prima Storia.
Così
la Prima Storia non è più un mezzo per giocare, ma è diventato il
fine. La Seconda Storia è solo un intralcio, una cosa
da ignorare o cercare di nascondere, una cosa da guitti.
Invece,
cosa
c'è di male nel pensare che il pubblico dell’Improvvisazione
Teatrale sia lì per guardarci semplicemente giocare,
per vederci mettere alla prova le nostre abilità, dare il meglio di
noi stessi, cercare di superare i nostri limiti?
Ogni
quattro anni milioni di persone in tutto il mondo si mettono davanti
alla televisione per vedere i Mondiali di Calcio: non sarà Teatro,
ok, ma non è la stessa cosa che offre l’Improvvisazione Teatrale?
Quei milioni di persone, in fondo, non stanno col fiato sospeso a
guardare atleti che giocano?
Se
ciò che interessa fosse solo il risultato, basterebbe aspettare che
venga comunicato, come per le analisi del sangue. No, quello che quei
milioni di persone vogliono vedere è la lotta per arrivare a quel
risultato. È quello che li incolla davanti alla televisione.
Del
2-0 dato dall'Italia alla Polonia in Semifinale nei Mondiali dell'82
non ricordo nulla, ma il 3-2 col Brasile della partita che lo ha
preceduto, nella quale per passare il turno potevamo solo vincere
perché il pareggio non bastava e il Brasile era dato da tutti come
favorito, me lo ricordo tutto.
Bei ricordi...
La
Prima Storia è importante, ma è la Seconda Storia quella che porta
le persone a vedere e fare Improvvisazione.
Le
persone si iscrivono ai nostri corsi perché vogliono divertirsi e
stare bene le une con le altre. Poi noi insegniamo loro teatro per
farle giocare meglio, ma non siamo Teatro. O meglio: non siamo solo
Teatro.
L’amara
verità è che per improvvisare non è necessario studiare teatro, ma
se non si è disponibili a giocare non si improvvisa. Conoscere il
Teatro a noi serve perché ci dà gli strumenti per improvvisare
meglio, non perché altrimenti non si improvvisa. Sapere usare corpo
e voce, sapere come si sta su un palco, conoscere la drammaturgia e
la regia sono ottime cose, ma se pensiamo che queste siano
l’Improvvisazione Teatrale e non la voglia e la disponibilità a
giocare è come pensare che il “Calcio” sia solo quello della
Serie A e non quello che giocano i bambini in cortile. Sono due cose
differenti, è vero, ma sempre di Calcio si tratta.
Noi
improvvisatori ci ostiniamo a volerci misurare a tutti i costi con il
Teatro, un po’ perché abbiamo quel “teatrale” dopo
“improvvisazione” che ci condiziona e un po’ perché viviamo in
una cultura dove Gioco è una parola poco seria, mentre Teatro ci
permette di darci un tono.
Vogliamo
essere presi seriamente da chi ci sta attorno e per questo aspiriamo
alla sacralità e alla trascendenza del Teatro, preferendo non vedere
che quelle stessa sacralità e trascendenza ci sono uguali anche nel
Gioco.
Invece
di scervellarci nel cercare di trovare forme e modalità che portino
l’Improvvisazione ad assomigliare il più possibile a uno
spettacolo su testo, non sarebbe più utile considerare ogni format
di improvvisazione come un mettersi alla prova con un “Facciamo che
io ero” ogni volta diverso?
Vedere i format di Improvvisazione sotto questa luce vi sembra così strano? Pensate allora a quanti modi diversi di giocare con una palla ci sono...