
Inizio da qui una serie di post sull'insegnamento dell'improvvisazione teatrale. Non è un manuale su cosa fare, ma una serie di osservazioni scaturite in tanti anni di insegnamento. Questa è la mia esperienza: non è la Verità, ma la mia orbita attorno alla Verità.
Definire
l’improvvisazione teatrale è un’impresa ardua; in tanti ci hanno
provato e praticamente tutti hanno fallito.
Risparmiandovi un lungo discorso della Storia delle Definizioni
di Improvvisazione che potete trovare altrove, l'improvvisazione secondo Paolo Busi è
Fare con ciò che si ha e non con ciò che si vorrebbe
Tutto il resto è sovrastruttura.
Se partiamo dal presupposto che improvvisare sia "Fare con ciò che si ha" ne consegue che anche il momento presente, l'istante esatto in cui ci si trova, sia in quel "ciò che si ha". Quello "che si vorrebbe" non è nel momento presente, è nel passato perché lo si aveva oppure nel futuro perché lo si avrà.
Perciò improvvisare è anche l'arte di stare nel momento.
Fare con ciò che si ha e stare nel momento sono due facce della stessa medaglia, la prima rimanda alla seconda e viceversa: non si può stare nel momento e contemporaneamente volere altro per fare ciò che si sta facendo.
Partendo da queste affermazioni, cosa vuole dire allora insegnare a
improvvisare?
Vuole dire mostrare alle persone come
focalizzare tempo ed energie nella prima parte della frase, “Fare
con ciò che si ha”, lasciando perdere la seconda, “ciò che si
vorrebbe”.
Si può fare questa cosa? Si può insegnare questo alle persone?
La mia risposta è sì.
Si può insegnare alle persone a fare con
quello che hanno senza perdere tempo a cercare quello che vorrebbero
e che non c’è; anzi insegnare questo comporta delle effetti
benefici a lungo termine nelle persone che travalicano la semplice
attività teatrale ed è ciò di cui vorrei parlare in questo blog.
Il problema con l’insegnamento dell’Improvvisazione è che un
sacco di insegnanti non si sono chiariti fino in fondo cosa veramente sia l’improvvisazione e cosa implichi insegnare l'improvvisazione, ma vanno ugualmente in giro a fare danni.
Tra coloro che pensano di insegnare l’improvvisazione e invece
fanno danni i più pericolosi sono quegli individui, di cui
l’ambiente pullula, che sfogano il proprio irrisolto con la figura
paterna finendo con l'infliggere sofferenze agli sventurati
allievi che finiscono tra le loro grinfie(di cui parlerò prossimamente).
La prima cosa da chiarire è che essere un bravo improvvisatore non
fa automaticamente un bravo insegnante, anzi spesso è vero il
contrario. Questo perché anche nell’improvvisazione vale il
principio
CHI
SA FARE FA
CHI
NON SA FARE INSEGNA
CHI NON SA Né FARE Né INSEGNARE DIRIGE
Io per esempio sono un mediocre improvvisatore e un pessimo
organizzatore, quindi l’unica che mi viene bene è insegnare.
Da quella che è la mia esperienza, chi è bravo a improvvisare lo è
perché ha interiorizzato una serie di automatismi e riesce ad
applicarli al meglio in scena, ma proprio perché improvvisare gli
viene naturale ha avuto poche occasioni di riflettere sui processi. Mentre è possibile improvvisare senza avere capito cosa sia l'Improvvisazione, non è possibile essere insegnanti capaci senza avere questa comprensione. Si può essere ammaestratori, insegnare agli allievi a spingere il pulsante quando si accende la luce, ma non docenti. In aggiunta a questo chi è bravo a fare riceve già un appagamento
“facendo”, quindi l’insegnamento è per lui qualcosa di
secondario.
Bisogna anche scindere l'insegnare a improvvisare dal mettere in scena uno spettacolo: essere registi ed essere docenti sono due cose distinte; alcuni eccellono in tutti e due i campi, altri no.
L'approccio confuso tra Regista e Docente regna sovrano negli innumerevoli workshop che si pongono l'obbiettivo di mettere in scena uno spettacolo. Onestà vorrebbe che l'obiettivo pedagogico venisse scritto a chiare lettere: si tratta di mettere in scena - che so - un Harold o di un percorso pedagogico il cui prodotto finale sarà probabilmente un Harold?
Questa non è una questione di lana caprina, ma è il fulcro attorno a cui ruota tutta la pedagogia di quel workshop. Perché se l'obbiettivo è mettere in scena un certo spettacolo, allora saranno i partecipanti che dovranno adeguarsi e questa cosa deve essere chiara dal principio; io Regista vi proporrò esercizi finalizzati a un determinato esito dello spettacolo e ogni apprendimento generale o meno sarà compito unico dei partecipanti. Non potete lamentarvi di avere imparato poco da un corso finalizzato a mandarvi in scena.
Viceversa, se l'obbiettivo è più pedagogico, allora bisogna chiarire da prima che le persone si iscrivano che la messa in scena potrà essere insoddisfacente dal punto di vista della performance, perché è la parte terminale di un processo.
Proporre un workshop sull'Horror e mettere in scena uno spettacolo Horror sono due cose distinte.
Qualcuno obietterà "E Vygotskij con la sua zona di apprendimento prossimale allora?"
Non nego che le persone apprendano anche da una messa in scena, ma sottolineo che l'obiettivo del workshop deve essere chiaro per i partecipanti.
E sottolineo questa cosa perché ho il sospetto che spesso questo obiettivo non sia chiaro neppure al docente che tiene il workshop.
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La predisposizione non basta |
Tutto il discorso del "è possibile insegnare a improvvisare e se sì come?" prescinde dal talento: non esiste un
talento a improvvisare, ma solo la capacità di fare esperienze e di apprendere da queste e tocca all’insegnante
sviluppare tale capacità. Ci può essere una predisposizione, ma
sapete voi quanti con una reale predisposizione per le Scienze Umane
finiscono al tornio e viceversa?
Molto interessante il tuo discorso...sono molto d'accordo su quanto scrivi... Ti seguirò !
RispondiEliminaAnch'io ti seguirò! Mi interessa il tuo pensiero!!!
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